Stefano Jermini, Gianni Miraglia, Chloé Simonin & Margot Lançon, Valentina Stäheli, Laura Alex Stepanova
curated by: Riccardo Lisi e Chiara Ottavi

@la rada, via della morettina 2, locarno

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Vernissage: sabato 3 ottobre, ore 18 con performance dal vivo di Gianni Miraglia con Geppi Cuscito alle ore 19

Finissage: sabato 31 ottobre, ore 18 con performance dal vivo di Chiara Ottavi

Il rapidissimo sviluppo delle nuove tecnologie nella comunicazione ha influito in modo evidente sui nostri comportamenti espressivi e sulla relazione con l’altro. In ambito artistico i ruoli che la tecnologia assume oggi sono variegati, diversi ma complementari allo stesso tempo: essa è sia mezzo di produzione che di diffusione di vere e proprie opere, con modalità che vedono connessi creatore e fruitore in un rapporto diretto, “uno a uno”, trovando spesso saltata la consueta mediazione di galleristi, curatori e istituzioni. L’individuo, così posto apertamente al cospetto del villaggio globale, sovente impiega questo mezzo espressivo come intimo operatore di autoanalisi, facendo emergere da esso una narrazione complessa e a volte ombrosa, dove sembrano sussistere più layers, con piani narrativi velati e seminascosti. Da ciò consegue il fatto che allo spettatore l’esito e l’autore possano sembrare assai differenti da come essi appaiono nella vita analogica. Tanto più marcato, questo aspetto, scaturisce dall’avvento dei social network, la cui rapida evoluzione, al momento, sembra indirizzata verso una focalizzazione dell’immagine del sé. Ma da parte degli artisti questo viene declinato in modo assai differente e, quasi sempre, le immagini diventano esse stesse storie e opere. Ed è proprio questo il punto di partenza del progetto ideato da Riccardo Lisi assieme alla giovane performer e curatrice ticinese Chiara Ottavi.

Il titolo I, novel è una rilettura del termine inglese con cui viene definito un genere letterario nipponico – 私小説, Shishōsetsu – che a inizio ‘900 modernizzò il rapporto tra scrittore e lettore, superando formalismi classici e portando nei romanzi elementi, anche oscuri, della vita intima dell’autore. I due curatori hanno rilevato singolari similarità tra approcci e poetiche espressive attuali e quelle dell’epoca ricca di stravolgimenti precedente e successiva la Prima Guerra Mondiale. In questa esposizione hanno volutamente scelto di mostrare autori e strategie espressive visibili quasi solamente sui social – in particolar modo Instagram – e che non appaiono in modo consueto nelle gallerie e negli spazi espositivi d’arte contemporanea.

Laura “Alex” Stepanova (1993) è una delle figure più interessanti del disegno illustrativo in Ticino, da lei realizzato di norma con strumenti digitali; nel suo lavoro sono presenti forti riferimenti alla grafica 8-bit, un luogo del cuore di varie generazioni, anche precedenti alla sua. Le opere di Laura Alex riescono in modo molto personale a vivere una vita propria su carta e su tessuto, grazie soprattutto alla sua abilità nel restare in perfetto equilibrio tra la consueta illustrazione a commento di pubblicazioni e la street art, andando a occupare così con le sue opere uno spazio interessante situato tra due generi differenti.

Il percorso della vita di Gianni Miraglia (1965) è multiforme e negli ultimi anni viene sempre più mostrato digitalmente tramite i social network. Nasce professionalmente come copywriter pubblicitario ma rapidamente diventa scrittore, performer e artista visivo. In quest’ultimo campo ha inventato una tecnica di “dito-disegno” sullo schermo dell’iPhone, senza impiego di software specifici, producendo tramite essa immagini fortemente comunicative che riuniscono figurazioni, colori, concept e protagonisti dell’intero universo pop. È da se stesso, corpo e anima, però, che egli parte sempre per creare le sue opere e le sue performances, di cui una live (dal titolo Instant Shaman in collaborazione col musicista milanese Geppi Cuscito) sarà visibile durante la sera del vernissage della mostra alla rada il 3 ottobre.

La fotografia di Valentina Stäheli (1989) è prettamente digitale e vive soprattutto su Instagram, intenzionalmente mostrata per l’occasione su una serie di grandi flat screen alla rada. A proposito di questa serie di immagini, tutte verticali – orientamento caratteristico della ripresa odierna – Stäheli scrive “Viviamo in una società in cui ognuno è un voyeur attraverso lo scorrimento di uno schermo. Tutte le foto sono state scattate con un iPhone, il principale dispositivo che utilizziamo ogni giorno per il nostro cyber voyeurismo. Dal buio e dagli effetti di luce dell’ambiente circostante alla luce e alle singole parti del corpo, il nostro viaggio si conclude con la persona che si ricompone”.

Stefano Jermini (1961), dalla lunga esperienza nel campo dell’arte e delle esposizioni (ha creato e diretto negli anni ‘90 uno spazio indipendente in Romandia), opera con svariate tecniche ed esplora da anni l’ambito digitale, dedicandosi però recentemente alla riflessione e all’utilizzo della tecnica dell’acquarello, eseguito in modo libero, informale e rapido. Interessante nei suoi ritratti (frequentemente dei veri e propri acquarelli-selfie) è che essi riescano a mantenere l’afflato concettuale di una ricerca decennale e man mano attualizzata. Dopo Davide Cascio, la rada ospita nuovamente l’atteso ritorno in mostra di uno dei protagonisti della scena artistica cantonale.

Nel caso delle giovani artiste romande Chloé Simonin e Margot Lançon (1994, 1989), le nuove tecnologie vengono impiegate nella loro installazione video in modo creativo e innovativo con semplice genialità. Un loro filmato girato nei sobborghi di Atene mostra in modo singolare dei giovani che si muovono tra antiche rovine architettoniche e detriti recenti, il tutto proiettato su un paesaggio composto da teli quasi fluttuanti e da diversi schermi. Questo progetto nasce all’interno della loro scuola, la HEAD di Ginevra, ed è stato selezionato dalla rada nel suo compito abituale di scouting nella scena emergente svizzera.

Questa esposizione è parte del programma The House Trap, dedicato alla giovane arte svizzera e supportato da Pro Helvetia.

Essa si aprirà sabato 3 ottobre alle 18, con alle 19 la performance di Gianni Miraglia con il musicista Geppi Cuscito, e durerà fino a sabato 31 ottobre, quando alle 18 si svolgerà il finissage con la performance della co-curatrice Chiara Ottavi (1995).

L’ingresso è libero, dal giovedì al sabato, dalle ore 15 alle 19.

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The very rapid development of new communication technologies has clearly influenced our expressive behaviour. Technology takes on different and complementary roles: it is both a means of production of artworks and their diffusion, in an “one to one” relationship with a wide and heterogeneous audience, often skipping the mediation of galleries, curators and institutions.

The individual, so apparently placed in front of the global village, often employs the expressive medium as an intimate operator of self-analysis, bringing out from it a complex and sometimes shady narrative, where several layers seem to exist, with veiled and half-hidden narrative planes. From this follows the fact that to the spectator the outcome and the author may seem very different from how they appear in analogical life. All the more marked, this aspect springs from the advent of social networks, whose rapid evolution at the moment seems to be directed towards a focusing on the self-image. But on the artists’ side this is declined in a very different way and, almost always, the images are also those of their own works. This was the starting point of the project, conceived by Riccardo Lisi together with the young Ticino performer and curator Chiara Ottavi.

The title I, novel is a re-reading of the English term used to define a Japanese literary genre – 私小説, Shishōsetsu – which at the beginning of the 20th century modernised the relationship between writer and reader, overcoming classical formalisms and bringing elements, even obscure ones, of the author’s intimate life into the novels. The curators have noted strange similarities between current approaches and poetics and those of a century ago, of that period full of upheavals before and after the First World War. In this exhibition they have deliberately chosen to show authors and expressive strategies that are visible almost only on social – especially instagram – and that do not appear in the usual way in contemporary art galleries and exhibition spaces.

Laura “Alex” Stepanova (1993) is one of the most interesting authors of illustrative drawing in Ticino, usually made by her with digital tools, in which she shows references to 8-bit graphics, a place in the heart of several generations, even before hers.

Laura Alex’s works manage in a very personal way to live a life of their own on paper and fabric, but strongly related both to the usual illustration as a commentary on publications and to street art, thus occupying an interesting field also because it’s situated between different genres.

The path of Gianni Miraglia‘s life (1965) is multifaceted but in recent years always shown digitally through social networks. He was born professionally as an advertising copywriter but quickly became a writer, performer and visual artist. In this last field he invented a technique of “finger-drawing” on the iPhone screen, without using specific software. With it he produces highly communicative images that bring together figures, colours, concepts and protagonists of the entire pop universe. But he always starts from himself, body and soul, as for example in the performance Instant Shaman that he will realize for the first time at la rada on Saturday evening 3rd live together with the musician Geppi Cuscito, from Milan as Miraglia.

The photography of Valentina Stäheli (1989) is purely digital and lives mainly on Instagram, but at la rada it is rendered on a series of large flat screens. About this series of images, all vertical – a characteristic orientation of today’s shooting – Stäheli wrote “We live in a society where everyone is a voyeur through a screen scrolling. All the pictures have been taken with an iPhone, the main device that we use everyday for our cyber voyeurism. From the dark and the lights effects of the surroundings to the light and the partial body parts, our journey ends with the person that will recompose itself”.

Stefano Jermini (1961), with his long experience in the field of art and exhibitions (he created and directed an independent space in French-speaking countries in the 1990s), works with various techniques and has been exploring the digital field for years, but has recently given himself to the reflection and use of the watercolour technique, performed in a free, informal and quick way. It is interesting that his portraits (often real watercolour-self portraits) maintain the conceptual afflatus of decades of research and gradually updated. After Davide Cascio, la rada again hosts the long-awaited return in Ticino to the exhibition of one of the protagonists of its art scene.

In the case of the young Genevan artists Chloé Simonin and Margot Lançon (1994, 1989), new technologies are used creatively and innovatively with simple brilliance. One of their films, shot in the suburbs of Athens, uniquely shows young people moving among ancient architectural ruins and recent debris, all projected onto a landscape made up of almost floating sheets and several screens. It is a project born within their school, HEAD, Geneva, selected from la rada in its usual task of scouting the emerging Swiss scene.

This exhibition is part of The House Trap programme, dedicated to emerging Swiss artists and supported by Pro Helvetia.

It will open on Saturday 3 October at 6 pm with a performance by Gianni Miraglia with the musician Geppi Cuscito at 7 pm, and will last until Saturday 31 October, when at 6 pm there will be a finissage with a performance by the co-curator Chiara Ottavi (1995).

Entrance is free; from Thursday to Saturday, from 3 pm to 7 pm.

a film and exhibition by Nicolas Cilins with Dustin Đức Thịnh Dương

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Nicolas Cilins (*1985) è un artista concettuale di Ginevra che realizza video e installazioni. Molte delle sue opere sono collaborative. Egli impegna le persone e le comunità a collaborare e a coinvolgere altre persone nel processo creativo. Sia che si tratti di chiamare maghi africani, prostitute Rom o rifugiati in giro per l’Europa, il risultato di queste collaborazioni, con la sua radicata ironia, sembra sfidare i cliché e l’individuo, esaminando il particolare in tutto il continente europeo e non solo.

Per la sua mostra personale intitolata Cách Mình Đi Bộ, una frase vietnamita che si traduce in “The Way We Walk”, Nicolas Cilins ha lavorato con il suo co-cospiratore Dustin Đức Thịnh Dương, un giovane australiano di origine vietnamita. Insieme si sono recati in Vietnam, dove Dương non tornava da oltre dieci anni, per esplorare la distanza tra la sua fantasia della patria e le molteplici realtà di una nazione in via di sviluppo. Qui Dương ha ritrovato la sua complessa famiglia e la sua storia. I parenti gli hanno fatto notare che non cammina come un vietnamita, fornendo esempi alle loro osservazioni. È da questa discussione che è nata la domanda assurda: i vietnamiti camminano davvero in modo diverso? Questa “domanda di ricerca” divenne scopo e termine di riferimento del progetto, permettendo alla coppia di sondare la zona grigia tra scienza, cultura ed etnografia.

Cilins e Dương hanno ordinato dalla Cina un tapis-roulant pieghevole, su cui la famiglia di Dương e i passanti sono stati invitati a camminare e a rispondere alle domande. Le discussioni sul camminare e sulle differenze culturali infittiscono man mano le trame di una narrazione spontanea e controversa, portando ad affiorare rivelazioni sulla storia della famiglia di Dương, dialoghi sulla politica vietnamita, sull’identità collettiva e sulla epistemologia nazionale. La tentazione per gli interlocutori di allontanarsi dal proposito pseudo-scientifico di rispondere all’incongrua domanda da cui scaturiva il progetto era troppo forte: in Vietnam è spesso vietato parlare in modo esplicito di temi politici, come in Cina. Eppure, la macchina ha iniziato a funzionare come un archivio ufficiale, tirando fuori e registrando le confidenze individuali all’interno di un Paese i cui cittadini di solito si sottraggono a discorsi espliciti e critici. Il risultato sono divulgazioni schiette e franche sia dal punto di vista personale che ideologico, sottolineate dall’apparato della macchina per camminare, un dispositivo cinematografico, mentre compie il suo laborioso viaggio di ricerca filmica nel Vietnam del Sud.

Presentata come videoinstallazione, Cách Mình Đi Bộ è un’opera che mette in discussione la nostra percezione dello status quo politico e il nostro sguardo, richiamando molteplici realtà come atti di dissenso e trasparenza. La narrazione si alterna tra le interviste, il trasporto della macchina e il camminare delle persone: i loro piedi, il loro passo, il modo in cui camminano. L’opera segue inizialmente il percorso della ricerca scientifica, ma non può sfuggire alle questioni intrinseche della cultura, dell’etnometodologia e della deriva aneddotica. Il lavoro video si svolge su due schermi, creando una doppia visione inquietante e non sincrona che ci costringe a confrontarci con la nostra stessa tolleranza alla violenza epistemica e culturale, e che richiama anche l’attenzione sulla distinta prossimità del lavoro di Cilins e sulla sua stessa relazione con i partecipanti.

Quest’esposizione è parte di The House Trap, programma espositivo della rada incentrato su artisti svizzeri emergenti, curato da Riccardo Lisi e supportato da Pro Helvetia. Questo film e questa esposizione sono supportati da FCAC République et Canton de Genève, Stanley Johnson Stiftung, Literarisches Colloquium Berlin e Robert Bosch Stiftung.

opening: venerdì 7 agosto, h 18
8 agosto-12 settembre 2020: aperto gio.-sab., h 15-19 e su appuntamento, ingresso libero

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Nicolas Cilins (*1985) is a conceptual, video and installation artist from Geneva. Much of Cilins’ work is collaborative. He engages people and communities to cooperate and participate in the creative process. Whether it is calling upon African magicians, Romani prostitutes, or refugees around Europe, the result of these collaborations, with its embedded irony, seems to challenge clichés and the individual, scrutinising the particular across the European continent and beyond.

For his solo show titled Cách Mình Đi Bộ, a Vietnamese sentence that translates to “The Way We Walk”, Nicolas Cilins worked with his co-conspirator Dustin Đức Thịnh Dương, who is a young Australian man of Vietnamese descent. They travelled together to Vietnam where Dương hadn’t visited for over 10 years, in order to explore the distance between his fantasy of the motherland and the multiple realities of a developing nation. Relatives pointed out to Dương that he does not walk like a Vietnamese person, making justifications for their observations. It was from this discussion that the absurd question arose: do Vietnamese people really walk differently? This “research question” became the scope and terms of reference for the project, allowing the pair to probe into the grey area between science, culture, and ethnography.

Cilins and Dương ordered a foldable walking machine from China, on which Dương’s family and passers-by were asked to walk and answer questions. Discussions about walking and cultural differences gradually thicken and become entangled in spontaneous and controversial narratives, leading to revelations about the Dương family history, Vietnamese politics, collective identity, and national epistemology. The temptation for the interlocutors to deviate from the pseudo-scientific purpose of answering the incongruous and innocuous question that sparked the project was too strong: it’s often forbidden to talk explicitly about political issues in Vietnam, like it is in China. Yet, the machine started to function as a Hansard, drawing out and recording individual confidences within a country whose citizens usually shy away from explicit and critical speech. The result are candid and frank divulgences from both personal and ideological perspectives, underscored by the apparatus of the walking machine, a recording device, as it makes its laborious filmic research trip around South Vietnam.

Presented as a video installation, Cách Mình Đi Bộ is a work that questions our perception of the political status quo as well as our gaze, summoning upon multiple realities as acts of dissent and transparency. The narratives alternate between interviews, the transporting of the machine, and people walking: their feet, their pace, the way they walk. The piece initially follows the path of scientific research, but nevertheless it could not escape inherent questions of culture, ethnomethodology, and anecdotal reliance. The video work plays on two screens, creating a disturbing, non-synchronous double vision that forces us to confront our own toleration of epistemic and cultural violence, and that also draws attention to the distinct proxy-work of Cilins and his own relationships with the participants.

This show is part of The House Trap, an exhibition program at la rada focused on emerging Swiss artists, curated by Riccardo Lisi and supported by Pro Helvetia. This project is supported by FCAC République et Canton de Genève, Stanley Johnson Stiftung, Literarisches Colloquium Berlin and Robert Bosch Stiftung.

opening: Friday August 7th, 6pm
August 8th–September 12th 2020: open Thu-Sat, 3-7pm and on appointment, free entry

a project by Stephan Wittmer

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Venerdì 26 giugno alle 18 la rada, a Locarno, apre la nuova esposizione ospitando il progetto del curatore e artista lucernese Stephan Wittmer, che torna sul Verbano dopo la partecipazione al progetto collettivo «Kunsthalle?» e più volte presso OnArte.

Wittmer è il creatore della rivista _957 I.A.M. – cioè Independent Art Magazine – è l’esposizione nasce dall’intervento di ben cento artisti su altrettante copie della centesima edizione della rivista, che esce senza una periodicità fissa.

Il curatore ha risposto così alle domande poste da Tiziana Bonetti, di artlog.net:

Town-Ho: con questo titolo la _957 Independent Art Magazine festeggia il suo centesimo numero. L’espressione in lingua straniera con il trattino tra i due monosillabi non solo denota un vecchio grido nordamericano di caccia alle balene alla vista di questa enorme creatura marina. Anche la nave baleniera di Nantucket presente nella storia del romanzo di Herman Melville Moby Dick prende il suo nome. A bordo di questa nave fittizia ci sono due avversari che si spaccano la testa a vicenda: da un lato il marinaio Steelkit di Buffalo che si rifiuta di obbedire agli ordini e dall’altro il caparbio barcaiolo Radney. La storia della rissa con un esito sanguinoso riguarda la resistenza vincente contro chi è al potere.

Allo stesso modo, il capodoglio bianco Moby Dick racconta il tema politicamente esplosivo della rivolta: la parola inglese mob contenuta nel suo nome è un’allusione all’inquietante mobilità delle masse. Le forze in movimento sono anche il punto di partenza visivo per il prossimo numero di _957 Independent Art Magazine. In occasione dell’anniversario della pubblicazione del medium di nicchia curato dall’artista Stephan Wittmer, le masse turbolente non sono però formate da collettivi rivoluzionari, ma piuttosto da immagini trovate in rete ed elaborate digitalmente, che mostrano l’impetuosa fluttuazione dell’acqua. Sulla base di questo tema, che funge da modello, gli artisti partecipanti hanno creato nuove immagini di carattere indipendente attraverso interventi analogici nel materiale.

Con l’edizione Town-Ho, Wittmer si preoccupa meno del mare inquieto come metafora della resistenza e della ribellione, quanto delle possibilità formali ed estetiche di associazione e di design che il motivo offre per un ulteriore trattamento artistico. Così come l’ambientazione del mare aperto nel romanzo di Melville corre come un filo rosso attraverso le storie d’avventura, collega anche le pagine artisticamente disegnate del centesimo numero della rivista d’arte.

Alla rada il numero dell’anniversario viene presentato in un nuovo allestimento espositivo.

L’esposizione, che include opere di artisti sia internazionali che legati al Locarnese, sarà aperta tutti i giorni dalle 14 alle 19 e si concluderà già la sera di sabato 4 luglio.

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Am Freitag, den 26. Juni um 18 Uhr eröffnet la rada in Locarno die neue Ausstellung mit dem Projekt des Luzerner Kurators und Künstlers Stephan Wittmer, der nach seiner Teilnahme am kollektiven Projekt “Kunsthalle?” und mehreren OnArte-Aufenthalten ins Verbano-Gebiet zurückkehrt.
Wittmer ist der Schöpfer des Magazins _957 I.A.M. – d.h. Independent Art Magazine – die Ausstellung ist das Ergebnis der Intervention von bis zu hundert Künstlern an ebenso vielen Exemplaren der hundertsten Ausgabe des Magazins, die ohne feste Periodizität herauskommt.

Die Kuratorin beantwortete damit die Fragen von Tiziana Bonetti von artlog.net:
Town-Ho: Mit dieser Titelüberschrift feiert das _957 Independent Art Magazine seine hundertste Ausgabe. Der fremdsprachig klingende Ausdruck mit dem Bindestrich zwischen den beiden Einsilblern bezeichnet nicht nur einen alten nordamerikanischen Walfangschrei beim Anblick dieses riesigen Meeresbewohners. Auch das Nantucket-Walfangschiff in Herman Melvilles Binnengeschichte des Romans Moby Dick lautet auf diesen Namen. An Bord dieses fiktiven Schiffs befinden sich zwei Kontrahenten, die sich gegenseitig die Köpfe einschlagen: Zum einen der Befehle verweigernde Matrose Steelkit aus Buffalo und zum anderen der sture Bootsmann Radney. Die Raufereigeschichte mit blutigem Ausgang handelt vom erfolgreichen Widerstand gegen Machthaber.

Ähnlich kündet auch der weisse Pottwal Moby Dick vom politisch brisanten Thema der Revolte: Das in seinem Namen enthaltene englische Wort mob ist eine Anspielung auf die beunruhigende Mobilität von Massen. In Bewegung geratene Kräfte stellen auch den visuellen Ausgangspunkt der nächsten Ausgabe des _957 Independent Art Magazine dar. Anlässlich der Jubiläumspublikation des vom Künstler Stephan Wittmer herausgegebenen Nischenmediums werden die turbulenten Massen allerdings nicht von revolutionären Kollektiven gebildet, sondern von im Netz gefundenen und digital bearbeiteten Bildern, die ungestüm wogendes Wasser zeigen. Ausgehend von diesem als Vorlage dienenden Sujet haben die teilnehmenden Kunstschaffenden, durch analoge Eingriffe in das Material neue Bilder von eigenständigem Charakter geschaffen.
Mit der Ausgabe Town-Ho geht es Wittmer entsprechend weniger um das unruhige Meer als Metapher für Widerstand und Aufbegehren, als vielmehr um die formal-ästhetischen Assoziations- und Gestaltungsmöglichkeiten, die das Motiv zur weiteren künstlerischen Bearbeitung bereithält. So wie der Schauplatz der offenen See in Melvilles Roman die Abenteuergeschichten wie einen roten Faden durchzieht, verknüpft es auch die künstlerisch gestalteten Seiten der 100. Ausgabe der Kunstzeitschrift.

In la rada präsentiert sich die Jubiläumsausgabe in einem neuen Ausstellungsdisplay.
Die Ausstellung mit Werken von internationalen und Locarno-Künstlern ist täglich von 14.00 bis 19.00 Uhr geöffnet und endet am Samstagabend, dem 4. Juli.

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On Friday, 26 June at 6 pm la rada in Locarno will open the new exhibition with the project of the Lucerne curator and artist Stephan Wittmer, who is returning to the Verbano area after his participation in the collective project “Kunsthalle?” and several shows at OnArte.

Wittmer is the creator of the magazine _957 I.A.M. – i.e. Independent Art Magazine – the exhibition is the result of the intervention of up to one hundred artists on as many copies of the hundredth issue of the magazine, which is published without a fixed periodicity.

The curator so answered the questions of Tiziana Bonetti of artlog.net:

Town-Ho: With this title headline the _957 Independent Art Magazine celebrates its hundredth issue. The foreign-language-sounding expression with the hyphen between the two monosyllables not only denotes an old North American whaling cry at the sight of this gigantic sea creature. The Nantucket whaling ship in Herman Melville’s in the storyline of the novel Moby Dick also bears this name. On board this fictitious ship there are two opponents who bash each other’s heads in: on the one hand the sailor Steelkit from Buffalo who refuses to obey orders and on the other hand the stubborn boatman Radney. The scuffle story with a bloody outcome is about successful resistance against those in power.

Similarly, the white sperm whale Moby Dick tells of the politically explosive subject of the revolt: the English word mob contained in its name is an allusion to the unsettling mobility of the masses. Forces in motion are also the visual starting point for the next issue of the _957 Independent Art Magazine. On the occasion of the anniversary publication of the niche medium edited by the artist Stephan Wittmer, however, the turbulent masses are not formed by revolutionary collectives, but rather by images found on the net and digitally processed, showing impetuously billowing water. Based on this subject, which serves as a model, the participating artists have created new images of an independent character through analogue interventions in the material.

In the Town-Ho edition, Wittmer is less concerned with the restless sea as a metaphor for resistance and rebellion than with the formal-aesthetic possibilities of association and design that the motif offers for further artistic treatment. Just as the setting of the open sea in Melville’s novel runs like a red thread through the adventure stories, it also links the artistically designed pages of the 100th issue of the art magazine.

In la rada, the anniversary issue presents itself in a new exhibition display.

The exhibition, with works by international and Locarnese artists, is open daily from 2 p.m. to 7 p.m. and ends on Saturday evening, 4 July.

Naoki Fuku | Mathis Gasser | Séverine Heizmann | Maja Kitajewska | Mikolaj Malek | Malgorzata Mirga-Tas | Yoan Mudry | Marta Ravasi | Luca Rossi Dossi

curator: Elisa Rusca

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Nove artisti, quattro paesi diversi, un solo medium: la pittura. The Kids Aren’t Alright è una mostra di millennial, anche se per “millennial” non si intende solo la data anagrafica, ma un sentimento condiviso di instabilità, lutto per un futuro ormai morto, e rabbia repressa che trova conforto in stati d’animo alterati.
Era il 1998 quando la band punk rock californiana The Offspring pubblicò la canzone “The Kids Aren’t Alright”, il cui testo recita: “Quando eravamo ragazzini il futuro sembrava così luminoso” e poi “Possibilità sprecate / Niente è per niente / Pensando nostalgicamente a ciò che è stato / Ancora è difficile / Difficile da ammettere / Vite fragili, sogni infranti”.
Come descrivere meglio la cosiddetta generazione millennial? Quella che, nata dagli anni Ottanta fino alla fine degli anni Novanta, è ora una generazione che deve far fronte ad una crisi economica e climatica globale senza precedenti, alle prese con l’aumento dei problemi di salute mentale e l’esaurimento sociale dovuto all’ultimo giro di giostra del capitalismo. “È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”, afferma Slavoj Zizek, e infatti gli ultimi trent’anni sono stati un progressivo ciclo a spirale che ha cancellato speranze e sogni. Oltre il mondo nord-occidentale, la fine della cortina di ferro e la diffusione del mercato neoliberale nei paesi dell’Est non hanno portato ad uno scenario generazionale diverso: le conseguenze attuali sembrano infatti essere le stesse.
Non stiamo bene. Ci è stato promesso tutto, siamo diventati deliranti, eppure siamo accusati di essere avidi quando combattiamo per la nostra sopravvivenza, mentre sono anni che urliamo che qui qualcosa davvero non va. Ma nessuno ci ha ascoltato – lasciate che i bambini giochino, alla fine la smetteranno.
La mostra The Kids Aren’t Alright presenta opere di nove nuove posizioni nella pittura, urlando che non stiamo bene, che abbiamo bisogno di una cura, ma che siamo troppo stanchi per cercarla.

la rada
via della Morettina 2, Locarno
giovedì-sabato, ore 14 – 19
e su appuntamento (riccardo.lisi@larada.ch)

ARTISTI

Naoki Fuku
Nato a Tokyo nel 1978, vive e lavora a Basilea. Lavorando attraverso i media, studia le condizioni sociali, politiche, culturali e umane sia in modo sistematico che poetico, invitando lo spettatore a muoversi in uno spazio di speculazione. Le opere di Naoki Fuku fanno appello all’io più intimo dello spettatore nel mezzo della vita estenuante di oggi. Le opere dell’artista sono state esposte in gallerie, musei e luoghi alternativi in Giappone, Svizzera, Germania, Regno Unito, Francia, Austria, Ungheria, Spagna, Portogallo, Italia, Stati Uniti, Belgio, Brasile, Paesi Bassi e Russia.
www.naokifuku.com

Mathis Gasser
Nato a Zurigo nel 1984, vive e lavora a Londra. Mathis Gasser si è laureato all’Haute Ecole d’Art et de Design di Ginevra e al Royal College of Art di Londra. Pittore di formazione, ha ricevuto il Prix Strawinsky nel 2010 ed è stato selezionato per i Swiss Art Awards 2019.
Residente all’Istituto Svizzero di Roma nel 2017, dal 2007 il suo lavoro è stato esposto in mostre collettive e personali in Europa, Stati Uniti e Giappone. I dipinti realistici di Mathis Gasser raffigurano spesso paesaggi e motori della finzione speculativa.
www.mathisgasser.com

Séverine Heizmann
Nata a Ginevra nel 1994, dove attualmente vive e lavora, Séverine Heizmann lavora con la pittura e la musica. Si è laureata all’Haute Ecole d’Art et de Design di Ginevra nel 2018. È stata selezionata per il premio “Swiss Art Awards 2019”. La sua pratica esplora la tensione del desiderio danzando tra azioni performative musicali e pittura.

Maja Kitajewska
Nata a Varsavia nel 1986, dove attualmente vive e lavora. Maja Kitajewska si è diplomata all’Accademia di Belle Arti di Varsavia presso la Facoltà di Pittura nel 2011. Nello stesso anno ha partecipato alla mostra dei migliori diplomi dell’Accademia di Belle Arti, e ha vinto il premio artistico SIEMENS e il premio d’iniziativa “ENTRY”. Le sue opere, che mostrano una particolare tecnica di cucitura a mano di paillettes e perline di vetro su tela che lei stessa dipinge, sono state esposte in mostre collettive e personali in Polonia, Germania, Svizzera e Perù, e fanno parte di collezioni private e pubbliche in Polonia e Germania.
http://majakitajewska.blogspot.com/

Mikolaj Malek
Nato a Brwinow (Polonia) nel 1983, vive e lavora a Varsavia. Mikołaj Małek è pittore, disegnatore, autore di installazioni, scenografo. Ha studiato pittura all’Accademia di Belle Arti di Cracovia. Ha discusso la sua tesi di dottorato presso la sua alma mater nello studio del Prof. Grzegorz Sztwiertnia nel 2017. Dal 2018, insieme ad Anna Maria Karczmarska, lavora in un collettivo di scenografi. Ha partecipato a mostre personali e collettive in Polonia, Germania e Norvegia.
https://www.instagram.com/mikolajmalek/?hl=pl

Malgorzata Mirga-Tas
Nata a Zakopane (Polonia) nel 1978, vive e lavora a Czarna Góra (Polonia). Diplomata all’Accademia di Belle Arti di Cracovia; diplomata nello Studio di Scultura del Prof. Józef Sękowski (2004). Vincitrice della Borsa del Ministero della Cultura e del Patrimonio Nazionale (2018) e dell’International Visitor Leadership Program (USA, 2015). Nel suo lavoro fonde pittura, scultura su cartone e collage di tessuti. Premiata alla 42a Biennale di pittura di Bielska Jesień 2015 e finalista della 43a edizione del concorso (2017). Organizzatrice e curatrice del progetto “Romani Art” e dell’annuale Evento Internazionale di Roma Art a Czarna Góra Jaw Dikh! (Venite a vedere!). È coinvolta in progetti che riguardano la comunità rom, combattendo l’esclusione, la discriminazione razziale e la xenofobia. Il suo lavoro è stato recentemente presentato alla terza edizione della Biennale d’Arte Incontri a Timișoara, Romania.
https://www.romarchive.eu/malgorzata-mirga-tas/

Yoan Mudry
Nato a Losanna nel 1990, vive e lavora a Ginevra. Yoan Mudry è un artista multidisciplinare. Ha studiato alla HEAD di Ginevra dove si è laureato con il MFA nel 2014. Il suo lavoro si concentra sul tentativo di comprendere i meccanismi del flusso di immagini, narrazioni e informazioni che circondano il nostro mondo. È stato selezionato agli Swiss Art Awards di Basilea nel 2019 e premiato con un Cahier d’Artistes 2019. Ha vinto il Kiefer Hablitzel Preis, Basilea, nel 2016. Dal 2013 il suo lavoro è stato esposto in mostre collettive e personali in Svizzera e all’estero.
www.yoanmudry.com

Marta Ravasi
Nata a Merate (Lecco) nel 1987, vive e lavora a Locarno. Ha conseguito un BA in pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera e un MA in Fine Arts, University of the Arts London – Wimbledon College of Arts, Londra. I dipinti di Marta Ravasi sono stati esposti in mostre collettive in Italia, Svizzera e Regno Unito. Si impegna a dipingere come una sfida con se stessa, imponendo limiti auto-costituiti come una tavolozza di colori e soggetti quotidiani.
www.martaravasi.com

Luca Rossi Dossi
Nato a Lugano nel 1988, vive e lavora a Basilea. Si è laureato nel 2018 all’Haute Ecole d’Art et Design di Ginevra. Vincitore del Premio Jungkunst Winterthur nel 2018, dal 2016 partecipa a mostre collettive e personali in Svizzera e in tutta Europa. Pittore e performer con un background inusuale che include una laurea in Hindi, Luca Rossi Dossi si dedica alla ricerca sulla fusione tra pittura e scultura, creando oggetti intermedi e prediligendo l’uso di tele deformate.
https://www.instagram.com/luca_rossi_dossi/?hl=en

Partner dell’esposizione
Adam Mickiewicz Institute, Varsavia
Pro Helvetia, Swiss Arts Council
DECS – Fondo SwissLos, Repubblica e Canton Ticino
Migros Kulturprozent
Pro Litteris

Crediti per le opere
Naoki Fuku: courtesy of SinArts, L’Aia
Mathis Gasser: courtesy of WeissFalk Gallery, Basilea
Maja Kitajewska, Mikolaj Malek, Malgorzata Mirga-Tas’ works: courtesy of Galeria Szydlowski, Varsavia
Yoan Mudry: collezione privata, courtesy of Union Pacific, Londra; Nicolas Krupp, Basilea

CURATRICE

Elisa Rusca
Nata a Torino nel 1986, vive e lavora tra Berlino e Londra. Dottoranda in Culture Visive presso la Goldsmiths, Università di Londra, Elisa Rusca è storica dell’arte. Dal 2014 ha curato mostre in Svizzera, Germania, Italia, Polonia, Slovacchia, Brasile e ha tenuto conferenze in Europa, Brasile, Corea del Sud e Taiwan. Assistente curatrice nelle collezioni del Musée de l’Elysée, Losanna (2007-2012); curatrice residente presso il Node Centre Berlin (2013), co-direttrice del DISKURS Berlin (2015-17), scrive per Kunstbulletin e georgemag. Ha curato il libro OBLIO (Broken Dimanche Press, 2014), co-edito con Nathalie Herschdorfer il Nuovo Dizionario della Fotografia (Thames&Hudson, 2015) e pubblicato Left Alive, una piccola raccolta di racconti, con VersoL’Arte, Roma, nel 2017.
www.elisarusca.com

– § –

Nine artists, four different countries, one medium: painting. The Kids Aren’t Alright is a millennial exhibition, although for “millennial” is intended not only the year of birth, but a shared feeling of instability, grief for our dead futures, and repressed anger that finds comfort in altered states of mind.
It was 1998 when the Californian punk rock band The Offspring released their song “The Kids Aren’t Alright”, which lyrics go like this: “When we were young the future was so bright” and then “Chances thrown / Nothing’s free / Longing for what used to be / Still it’s hard / Hard to see / Fragile lives, shattered dreams”.
How to better describe the so-called “millennial” generation? Those who, born from the 1980s until the end of the 1990s, are now young adults: a generation that is facing unprecedented global economic and climate crisis, struggling with rising mental health issues and social exhaustion due to the final twirl of capitalism. “It is easier to imagine the end of the world than the end of capitalism”, wrote philosopher Slavoj Zizek, and in fact the last 30 years have been a progressive, spiral loop erasing future’s hopes and dreams. The end of the iron curtain and the spread of neo-liberal market in central-eastern countries didn’t show a different generational scenario in non-Western narratives: the current consequences appears to be the same. We aren’t alright. We were promised everything, we grew delusional and yet we are accused to be greedy when fighting for our survival, while it has been years that we are screaming that something is going really wrong here. But nobody listened – let the kids play, they’ll eventually stop.
The exhibition The Kids Aren’t Alright collects works from nine new positions in painting, screaming that we aren’t alright, that we need a cure, but we are too tired to look for it.

la rada
via della Morettina 2, Locarno (Switzerland)
THU – SAT, 2pm – 7pm
and by appointment (riccardo.lisi@larada.ch)

ARTISTS

Naoki Fuku
Born in Tokyo in 1978, lives and works in Basel. Working across media, he studies social, political, cultural and human conditions in both systematic as well as poetic ways, inviting the viewers to move into a space of speculation. The works of Naoki Fuku appeal to the viewers’ most intimate self in the middle of today’s exhausting life. The artist’s work has been exhibited at galleries, museums and alternative venues in Japan, Switzerland, Germany, the UK, France, Austria, Hungary, Spain, Portugal, Italy, USA, Belgium, Brazil, the Netherlands and Russia.
www.naokifuku.com

Mathis Gasser
Born in Zurich in 1984, lives and works in London. Mathis Gasser graduated from Haute Ecole d’Art et de Design, Geneva and the Royal College of Art, London. Trained painter, he received the Prix Strawinsky in 2010, and was shortlisted in the Swiss Art Awards 2019.
Resident at the Swiss Institute, Rome in 2017, since 2007 his work has been shown in group and solo shows in Europe, the United States and Japan. Mathis Gasser’s realistic paintings often depict landscapes and engines from speculative fiction.
www.mathisgasser.com

Séverine Heizmann
Born in Geneva in 1994 where she currently lives and works, Séverine Heizmann works with painting and music. She graduated at the Haute Ecole d’Art et de Design, Geneva, in 2018. She was shortlisted in the Swiss Art Awards 2019. Her practice explore the tension of desire, dancing between musical performative actions and painting.

Maja Kitajewska
Born in Warsaw in 1986, where she currently lives and works. Maja Kitajewska graduated the Academy of Fine Arts in Warsaw from the Faculty of Painting in 2011. The same year she participated in the exhibition of the Best Diplomas of the Academy of Fine Arts, and she became a laureate of the SIEMENS artistic award and the “ENTRY” initiative prize. Her works, showing a peculiar technique of hand-sewing sequins and glass beads on canvas that she also paints, has been shown in group and solo exhibition in Poland, Germany, Switzerland and Peru, and it’s part of private and public collection in Poland and Germany.
http://majakitajewska.blogspot.com/

Mikolaj Malek
Born in Brwinow (Poland) in 1983, lives and works in Warsaw. Mikołaj Małek is painter, draughtsman, installation artist, set designer. He studied painting at the Academy of Fine Arts in Krakow. He defended his doctoral dissertation at his alma mater in the studio of Prof. Grzegorz Sztwiertnia in 2017. Since 2018, together with Anna Maria Karczmarska, he has been working in a stage design collective. He participated in solo and group exhibitions in Poland, Germany and Norway.
https://www.instagram.com/mikolajmalek/?hl=pl

Malgorzata Mirga-Tas
Born in Zakopane (Poland) in 1978, lives and works in Czarna Góra (Poland). Graduate of the Academy of Fine Arts in Krakow; diploma in the Sculpture Studio of Prof. Józef Sękowski (2004). Scholarship holder of the Ministry of Culture and National Heritage (2018) and the International Visitor Leadership Program (USA, 2015). In her practice she merges painting, sculpture on cardboard and fabric collages. Awarded at the 42nd Biennial of Painting, Bielska Jesień 2015, and finalist of the 43rd edition of the competition (2017). Organizer and curator of the “Romani Art” project and the annual International Event of Roma Art in Czarna Góra Jaw Dikh! (Come and see!). She is involved in projects concerning the Roma community, counteracting exclusion, racial discrimination and xenophobia. Her work was recently featured in the third edition of the Art Encounters Biennial in Timișoara, Romania.
https://www.romarchive.eu/malgorzata-mirga-tas/

Yoan Mudry
Born in Lausanne in 1990, lives and works in Geneva. Yoan Mudry is a multi-disciplinary artist. He studied at HEAD in Geneva where he graduated with a MFA in 2014. His work focuses on an attempt to understand the mechanisms of the flux of images, narrations and information that are surrounding our world. He was shortlisted in the Swiss Art Awards, Basel in 2019, and awarded with a Cahier d’Artistes 2019. He won the Kiefer Hablitzel Prize, Basel, in 2016. Since 2013 his work has been shown in group and solo exhibition in Switzerland and abroad.
www.yoanmudry.com

Marta Ravasi
Born in Merate (Italy) in 1987, lives and works in Locarno. She owns a BA in painting from Accademia di Belle Arti di Brera (Milan), and a MA in Fine Arts, University of the Arts London – Wimbledon College of Arts, London. Marta Ravasi’s paintings were shown in group exhibition in Italy, Switzerland, and the UK. She engages with painting as a challenge with herself, imposing self-established limitations such as a restraint palette of colours and everyday subjects.
www.martaravasi.com

Luca Rossi Dossi
Born in Lugano in 1988, lives and works in Basel. He graduated in 2018 from Haute Ecole d’Art et Design, Geneva. Winner of the Prize Jungkunst Winterthur in 2018, since 2016 he has been participating in group and solo show in Switzerland and around Europe. Painter and performer with an unusual background that includes a degree in Hindi, Luca Rossi Dossi researches on merging paintings and sculpture, and create in-between objects while predilecting the use of misshaped canvases.
https://www.instagram.com/luca_rossi_dossi/?hl=en

Exhibition’s partners
Adam Mickiewicz Institute, Warsaw
Pro Helvetia, Swiss Arts Council
DECS – Fondo Swiss Los, Repubblica e Canton Ticino
Migros Kulturprozent
Pro Litteris

Credits
Naoki Fuku’s works: courtesy of SinArts, Den Haag
Mathis Gasser’s works: courtesy of Weiss Falk Gallery, Basel
Maja Kitajewska, Mikolaj Malek, Malgorzata Mirga-Tas’ works: courtesy of Galeria Szydlowski, Warsaw
Yoan Mudry’s works: private collection, courtesy of Union Pacific, London; Nicolas Krupp, Basel

CURATOR

Elisa Rusca
Born in Turin in 1986, lives and works between Berlin and London. Ph.D. candidate in Visual Cultures at Goldsmiths, University of London, Elisa Rusca is art historian. Since 2014 she curated exhibitions in Switzerland, Germany, Italy, Poland, Slovakia, Brazil, and lectured in Europe, Brazil, South Korea and Taiwan. Assistant curator in the Collections of the Musée de l’Elysée, Lausanne (2007-2012); resident curator at Node Centre Berlin (2013), co-director of DISKURS Berlin (2015-17), she writes for Kunstbulletin and georgemag. She edited the book OBLIO (Broken Dimanche Press, 2014), co-edited with Nathalie Herschdorfer the New Dictonary of Photography (Thames&Hudson, 2015) and published Left Alive, a small collection of short stories, with VersoL’Arte, Roma, in 2017.
www.elisarusca.com

Davide Cascio

curator: Elio Schenini

(scroll down for the English text)

A 13 anni dalla mostra per il Premio Manor Ticino, Davide Cascio torna a presentare al pubblico ticinese il proprio lavoro in una mostra monografica che ripercorre vent’anni della sua produzione, focalizzandosi su uno dei linguaggi che l’artista pratica da sempre con grande assiduità: il collage.
La mostra – ospitata negli spazi de la rada, a Locarno, e curata da Elio Schenini – si propone di documentare, attraverso un centinaio di opere, la centralità della pratica del collage per la riflessione artistica di Davide Cascio (1976), una delle figure di primo piano della scena artistica ticinese degli ultimi decenni. Il collage è infatti da sempre la tecnica prediletta dall’artista, quella con cui dà vita alle proprie invenzioni visive e grazie alla quale nascono e prendono corpo i temi che poi vengono tradotti in cicli più ampi o in grandi installazioni ambientali, nelle quali i singoli collage sono spesso integrati.
Fin dai suoi esordi, nei primi anni duemila, il lavoro di Davide Cascio si presenta come il frutto di una ricerca complessa, ricca di rimandi e riferimenti, in cui si intrecciano motivi tratti non solo dal mondo delle arti visive, ma anche da quelli dell’architettura, del design, della letteratura, della filosofia, del cinema e della cultura popolare di massa.
Il suo modo di operare si caratterizza per un procedimento associativo che gli permette di ricomporre e rielaborare elementi provenienti da contesti storici e culturali molto diversi tra loro all’interno di complesse costruzioni spaziali che possono apparire allo spettatore come dei modelli o dei prototipi di futuribili strutture architettoniche. I lavori ambientali di Cascio si presentano infatti spesso come concretizzazioni di strutture possibili, ipotesi di «architetture mentali» che lo spettatore è invitato a esplorare e decifrare, per ricostruire percorsi di pensiero che seguano traiettorie inconsuete lungo il filo delle esperienze che hanno segnato la modernità e le sue aspirazioni utopiche.
Se le “architetture mentali” di Davide Cascio si traducono spesso in ampie installazioni spaziali, la loro origine è però legata in primo luogo all’esercizio costante di una tecnica non a caso strettamente legata alla nascita del modernismo qual è appunto il collage. L’accostamento e la sovrapposizione di immagini fotografiche e parole provenienti da riviste di moda, di costume o di architettura degli anni Sessanta e Settanta, serve all’artista per delineare paesaggi utopico-futuristici dominati da un’atmosfera a metà tra Pop art e Costruttivismo. Nelle opere di Cascio, il recupero e la riattualizzazione del pensiero modernista, di cui cerca di riprendere la lezione individuandone però allo stesso tempo i limiti, si concretizza nel tentativo di indagare la dicotomia tra l’immaginario della cultura di massa e le forme primarie e assolute dell’astrazione geometrica.
La riflessione sui temi architettonici, così frequente nei lavori di Davide Cascio ha, del resto, un importante punto di riferimento nelle esperienze dell’Architettura radicale degli anni Sessanta e Settanta del Novecento. Esperienze che offrono all’artista non solo una fenomenologia linguistica (anche in questo caso largamente fondata sul collage) cui fare riferimento, ma soprattutto un quadro teorico nel quale iscrivere la propria concezione della prassi artistica come luogo dove sperimentare l’azione del pensiero utopico.
Negli ultimi anni, l’applicazione dei meccanismi linguistici del collage si è andata espandendo dalla bidimensionalità del supporto cartaceo a quella tridimensionale dello spazio fisico. Hanno così avuto origine una serie di sculture e interventi architettonici realizzati con materiali retrò come laminati plastici e moquette che traspongono il principio del collage in un contesto spaziale. Nella mostra questo aspetto è rappresentato da un intervento murale realizzato espressamente per l’occasione.

Davide Cascio
Nato nel 1976 a Lugaggia (Capriasca), tra il 1992 e il 1996 frequenta il Centro scolastico industrie artistiche (CSIA) di Lugano per poi iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Roma, dove si diploma nel 2000. Tra il 2000 e il 2001 risiede al Cairo, approfondendo la conoscenza dell’arte islamica. Dal 2004 al 2006 torna a soggiornare nella capitale italiana come membro dell’Istituto Svizzero di Roma. Nel 2005 ottiene il Premio della Fondazione Vordemberge-Gildewart, mentre due anni dopo, in occasione dell’assegnazione del Premio culturale Manor Ticino, il Museo Cantonale d’Arte ospita una sua personale. Nel 2007 e nel 2008 figura tra gli artisti premiati agli Swiss Art Awards, esponendo le sue opere alla Kunsthalle di Basilea (2008) e al Kunsthaus Glarus (2009). Dopo un soggiorno a Zugo nell’ambito di una residenza promossa dalla fondazione Landis & Gyr, nel 2009 viene ammesso al Pavillon del Palais de Tokyo a Parigi per una residenza internazionale. Da allora risiede stabilmente in Francia, dove partecipa ad altre residenze d’artista: nel 2011 a Marsiglia (Astérides), nel 2012 a Bourges (La Box, École nationale supérieure d’art) e nel 2014 a Parigi (Fondation d’entreprise galleries Lafayette). Nel 2011 il Kunstmuseum Thun gli ha dedicato un’importante esposizione in coppia con Peter Stämpfli. Dal 2015 al 2019 è stato dottorando SACRe ENS/PSL (borsa ENSBA) a Parigi.

Mostra realizzata con il contributo di: Banca Stato ed Ernst und Olga Gubler-Hablützel Stiftung.

Inaugurazione: sabato 18 gennaio 2020, ore 18.00
La mostra rimarrà aperta fino al 15 febbraio 2020
Orari d’apertura:giovedì-sabato 14.00-19.00 oppure su appuntamento

Contatto: riccardo.lisi@larada.ch +41 76 4391866 +39 320 4866373

Ingresso libero

– § –

Thirteen years after the exhibition for the Manor Art Prize, Davide Cascio returns to present his work to the Ticino public in a monographic exhibition that covers twenty years of his production, focusing on one of the languages that the artist has always practiced with great assiduousness: collage.
The exhibition – hosted in the spaces of la rada, in Locarno, and curated by Elio Schenini – aims to document, through about one hundred works, the centrality of the practice of collage for the artistic reflection of Davide Cascio (1976), one of the leading figures on the Ticino art scene in recent decades. Collage has in fact always been the artist’s favourite technique, the one with which he gives life to his visual inventions and thanks to which the themes then translated into larger cycles or large environmental installations, that often integrates single collages, are born and take shape.
Since its beginnings, in the early 2000s, Davide Cascio’s work has been the result of a complex research, rich in references, in which motifs drawn, not only from the world of visual arts, but also from the world of architecture, design, literature, philosophy, cinema and mass popular culture, are interwoven.
His way of working is characterized by an associative process that allows him to recompose and rework elements from very different historical and cultural contexts within complex spatial constructions that may appear to the viewer as models or prototypes of futuristic architectural structures. In fact, Cascio’s environmental works often present themselves as concretizations of possible structures, hypotheses of “mental architectures” that the spectator is invited to explore and decipher, in order to reconstruct paths of thought that follow unusual trajectories along the thread of experiences that have marked modernity and its utopian aspirations.
While Davide Cascio’s “mental architectures” are often translated into large spatial installations, their origin is first and foremost linked to the constant exercise of a technique that is not by chance closely linked to the birth of modernism such as collage. The juxtaposition and superimposition of photographic images and words from fashion, costume or architecture magazines of the Sixties and Seventies serves the artist to delineate utopian-futuristic landscapes dominated by an atmosphere somewhere between Pop art and Constructivism. In Cascio’s works, the recovery and re-actualization of modernist thought, of which he tries to resume the lesson, but at the same time identifying its limits, takes concrete form in an attempt to investigate the dichotomy between the imagery of mass culture and the primary and absolute forms of geometric abstraction.
The reflection on architectural themes, so frequent in Davide Cascio’s works, has, moreover, an important point of reference in the experiences of radical architecture of the 1960s and 1970s. Experiences that offer the artist not only a linguistic phenomenology (also in this case largely based on collage) to refer to, but above all a theoretical framework in which to inscribe his conception of artistic praxis as a place to experience the action of utopian thought.
In recent years, the application of the linguistic mechanisms of collage has expanded from the two-dimensionality of paper to the three-dimensionality of physical space. This has given rise to a series of sculptures and architectural interventions made with retro materials such as plastic laminates and carpets that transpose the principle of collage into a spatial context. In the exhibition this aspect is represented by a wall intervention expressly made for this occasion.

Davide Cascio
Born in 1976 in Lugaggia (TI), between 1992 and 1996 he attended the Centro scolastico industrie artistiche (CSIA) in Lugano and then the Accademia di Belle Arti in Rome, where he graduated in 2000. Between 2000 and 2001 he lived in Cairo, deepening his knowledge of Islamic art. From 2004 to 2006 he returned to the Italian capital as a member of the Swiss Institute of Rome. In 2005 he was awarded the Vordemberge-Gildewart Foundation Prize, while two years later, on the occasion of the awarding of the Manor Ticino Art Prize, the Museo Cantonale d’Arte hosted a solo exhibition of his work. In 2007 and 2008 he was among the artists awarded at the Swiss Art Awards, exhibiting his works at the Kunsthalle Basel (2008) and the Kunsthaus Glarus (2009). After a stay in Zug as part of a residency sponsored by the Landis & Gyr Foundation, in 2009 he was admitted to the Pavillon of the Palais de Tokyo in Paris for an international residency. Since then he has been living in France, where he has participated in other artist residencies: in 2011 in Marseille (Astérides), in 2012 in Bourges (La Box, École nationale supérieure d’art) and in 2014 in Paris (Fondation d’entreprise galleries Lafayette). In 2011 the Kunstmuseum Thun dedicated an important two-person exhibition to him with Peter Stämpfli. From 2015 to 2019 he was a doctoral student at SACRe ENS/PSL (ENSBA grant) in Paris.

Exhibition realized with the contribution of: Banca Stato and Ernst und Olga Gubler-Hablützel Stiftung.

Opening: Saturday January 18, 2020, h 6 pm

The exhibition will remain open until February 15, 2020
Opening hours: Thursday-Saturday 2-7 pm or by appointment

Contact: riccardo.lisi@larada.ch +41 76 4391866 +39 320 4866373

Free entry

Katia Bassanini, Fiorenza Bassetti, Angela Marzullo,
KimBo, Carlotta Storelli
curated by: Larissa Foletta

@la rada, via della morettina 2, locarno

(scroll down for the English text)

Il titolo della mostra nasce da una casualità: la data di apertura coincide con la festa di Santa Lucia, santa siracusana rilevante nella tradizione cristiana. Martire - sovente raffigurata con un piattino contenente i suoi occhi, spesso assieme a una palma - la sua immagine colpisce. La storia particolare di questa santa introduce alle situazioni sia presenti che future connesse all'esperienza delle artiste presentate nella mostra. Il fil rouge che lega le cinque artiste esposte è un'appartenenza, a volte più diretta che in altri casi, all’italofonia in Svizzera ed a tematiche sollevate all'interno dei lavori che vanno a trattare ed esplorare il ruolo e la condizione femminile ed il rapporto fra i generi. 
L’esposizione vuole esplorare le ripercussioni ed influenze di un movimento femminista e femminile di liberazione della donna durante il ventesimo secolo, per andare a scoprire lavori di artiste contemporanee attive in vari ambiti artistici, dalla pittura alla danza, passando per la musica.
Non solo mostra, nel mese di permanenza la rada vuole essere anche punto d’incontro all’insegna della collaborazione e partecipazione di persone ed associazioni. Un luogo dove la discussione venga stimolata, spronando la continua messa in discussione della condizione femminile nella società moderna. Dopo un anno ricco di avvenimenti, tra cui lo sciopero delle donne il 14 giugno, si possono osservare all’interno della mostra posizioni che riprendono tematiche già affrontate nei decenni precedenti, così come nuovi aspetti che prendono la ribalta.
Nella sala d’ingresso la performance dal vivo di Carlotta Storelli, intitolata Domina ex sanguinem viene esibita sotto forma d’installazione video. Attraverso la gestualità del corpo e l’utilizzo di luci e pittura, l’artista crea un racconto intimo che riflette sull’identità dello sguardo, quasi a riferimento del tanto discusso male gaze, sguardo subito dalla donna che in un gesto drammatico finale si autocensura. La danzatrice ticinese ha alle spalle un lungo lavoro con il corpo; tramite il suo utilizzo riesce ad esplorare racconti e percezioni. Un approccio che si ricollega perfettamente alle richieste e ai bisogni delle femministe, sia degli anni '70, che contemporanee.
Varie opere dell’artista ticinese/newyorkese Katia Bassanini che permettono una lettura in chiave femminista sono poi esposte, seppur lei non si definisse come tale. Ciò può essere legato alla connotazione negativa legata al termine, diffusa fino a poco tempo fa. Scomparsa prematuramente dieci anni fa, ha lasciato opere che in modo evidente appaiono tra le più rilevanti nella produzione da parte di artisti ticinesi contemporanei, perché pienamente inserite nel dibattito artistico internazionale dei suoi anni. Un collage a muro raccoglie disegni e schizzi creati da Bassanini, mostrando la matrice provocante, ironica e particolarmente acuta del suo linguaggio pittorico. Dagli schermi televisivi arrivano immagini forti, che giocano sugli stereotipi di genere per creare delle scene al limite del ridicolo, dove l’ambiguità la fa da padrone, fra referenze storiche di opere femministe (Interior scroll, Carolee Schneemann) e non. Nell’ultima sala sono esposti due lavori della serie Casual Friday: giacche modificate, accessoriate con bombe colorate che fanno pendant con la veste. Due opere irriverenti, che comunicano con due altre mise di Fiorenza Bassetti, vestiti da lei usati dove le tematiche esplorate da Bassanini possono trovare eco.
Angela Marzullo ha produzioni esplicitamente femministe e tra i motivi d’interesse della sua opera c’è anche la presenza di pratiche esplorate dal femminismo italiano, come l'autocoscienza. Visibili nella sala lunga saranno le tracce della performance svoltasi durante il vernissage. In assenza di attrezzi classici legati alla storia dell’arte, per lo più maschile, Marzullo si arma di uova colorate per rompere con la tradizione ed unisce performance e protesta politica. L’opera Homeschooling, legata alla pedagogia femminista, si basa sulla ricerca di metodi radicali per l’insegnamento e l’apprendimento. In questo caso, in collaborazione con le sue due figlie, Marzullo riprende anche un testo teorico di Hannah Arendt The crisis in education e spinge lo spettatore a riflettere sul significato di educazione. All’entrata dello stabile è invece possibile ammirare un’opera inedita facente parte di una serie a tre tappe che, tramite l’utilizzo della fotografia e di effetti speciali, vede l’artista sdoppiata in uno scenario simil-criminale.
La rapper KimBo con le sue parole e testi va a toccare direttamente problematiche sensibili alle donne. Attiva anche a livello politico-sociale, è un'attivista sul palco quanto fuori. In mostra vi sono due testi ed il videoclip del brano Mir streiked!, creato appositamente come inno per lo sciopero delle donne del 14 giugno 2019. In questa canzone, creata assieme ad altre tre compagne, si parla di violenza, discriminazione e sessismo e sull’importanza di creare un fronte unito in questo combattimento. Il solo ritornello riesce a rimettere in questione declinazioni affibbiate storicamente alla donna come il non osare ed il dover chiedere costantemente il permesso. La canzone King Kong mette in scena una KimBo che si fa rispettare come donna in un campo altamente maschilista, ancorandosi ad un linguaggio spigliato e moderno.
Fiorenza Bassetti ha sviluppato sovente tematiche vicine al femminismo, con una continua ricerca ed esplorazione della sua persona. Per l’esibizione ha creato due grandi opere scultoree inedite unendole ad installazioni e lavori precedenti. Nell’arco della sua carriera Bassetti ha lavorato molto sulla dicotomia degli oggetti e l’etimologia di parole per creare un filo conduttore fra le sue opere. La scultura Tirapugni 2019 nasce da una fotografia scattata anni prima con un utensile di cucina in apparenza innocuo, che se impugnato si trasforma in arma. Si tratta in realtà di uno stampo usato dai panettieri per creare le michette, e l’opera va a chiudere una riflessione portata avanti sui significati di quest’immagine. L’altra scultura, di colore viola brillante, ricorda immediatamente le bandiere dello sciopero delle donne avvenuto quest’anno. Ispirandosi alla simbologia del battipanni, connessa nelle nostre menti all’immagine delle massaie, Bassetti riprende un oggetto pervaso da una forte simbologia e lo restituisce “modernizzato”, ingrandito, leggero e viola. Si spinge così a riappropriarsi di un simbolo con possibile connotazione negativa, legata ai duri lavori di casa imposti. Tanto più che l’immagine del battipanni venne utilizzata dal comitato contrario al suffragio femminile in Svizzera: la scultura acquisisce ancora più significato, liberando l’oggetto e dandogli una nuova immagine targata 2019.
Assieme alla rada, ringrazio Erica ed Eros Bassanini, Tom Curiano e Mario Casanova per la disponibilità manifestata. Assai importante per la produzione delle sculture di Fiorenza Bassetti è stato Salvatore Fuoti, con l’assistenza di Pier Paolo Lisi e strumenti prestati da Tognetti Auto e Sergio Simona.
Questo progetto espositivo è stato supportato da Pro Helvetia; si sono avute collaborazioni anche con Helvetia Rockt e Marnin Pasticceria, Locarno.

– § –

The title of the exhibition is a coincidence: the opening date coincides with the feast of Saint Lucy, a Syracuse Saint relevant in the Christian tradition. A martyr, Saint Lucy is often depicted with a saucer containing her eyes, frequently also with a palm tree, her image strikes. The particular story of this Saint introduces us to both present and future situations connected with the experience of the artists presented in the exhibition. The common thread that binds the five artists on display is their belonging, sometimes more directly than in other cases, to the Italian-speaking world in Switzerland and to themes raised in the works that deal with and explore the role and condition of women and the relationship between genders.  
The exhibition aims to explore the repercussions and influences of a feminist and women’s movement throughout the twentieth century, to discover works by contemporary artists active in various artistic fields, from painting to dance, passing through music.
In the month of permanence la rada aims to be not only a show but also a meeting point for collaboration and participation of people and associations. A place where discussion is stimulated, spurring the continuous questioning of the condition of women in modern society. After a year rich in events in Switzerland, including the women's strike on June 14th, you can observe in the exhibition positions that take up themes already addressed in previous decades, as well as new aspects that take the limelight.

In the entrance hall, Carlotta Storelli's live performance entitled Dominae ex sanguinem is presented as a video installation. Through the gestures of the body and the use of lights and paintings, the artist creates an intimate story that reflects on the identity of the look, almost as if to refer to the much-discussed male gaze, a look endured by the woman who, in a final dramatic gesture, censors herself. The Ticino dancer possesses a long experience in working with the body; through its use, she is able to explore stories and perceptions. An approach that is perfectly linked to the demands and needs of feminists, both in the 70s, and now.

Various works by the Ticino/New York artist Katia Bassanini that allow a feminist interpretation are then exhibited, even if she did not define herself as such. This can be found in the negative connotation linked to the term, which was widespread until recently. She died prematurely ten years ago, leaving works that clearly appear among the most relevant in the production of contemporary Ticino artists, being fully included in the international artistic debate of her time. A wall collage collects drawings and sketches created by Bassanini, showing the provocative, ironic and particularly sharp matrix of her pictorial language. Strong images appear on TV screens, playing with gender stereotypes to create scenes bordering on the ridiculous, where ambiguity is king, between historical references of feminist works (Interior scroll, Carolee Schneemann) and not. In the last room, two works from the Casual Friday series are on display: modified jackets, equipped with coloured bombs that make a pendant with the garment. Two irreverent works, which communicate with two other outfits of Fiorenza Bassetti, dresses which she wore and where the themes explored by Bassanini can be echoed.

Angela Marzullo has explicitly feminist productions and one of the reasons for her work is the presence of practices explored by Italian feminism, such as self-awareness. Traces of the performance that took place during the opening will be visible in the long room. In the absence of classical tools linked to the history of art, mostly male, Marzullo weapons herself with coloured eggs to break with tradition and combines performance with political protest. The work Homeschooling, linked to feminist pedagogy, is based on the search for radical methods for teaching and learning. In this case, in collaboration with her two daughters, Marzullo also takes up a theoretical text by Hannah Arendt The crisis in education and pushes the viewer to reflect on the meaning of education. At the entrance of the building, on the other hand, it is possible to admire an unpublished work that is part of a three-stage series that, through the use of photography and special effects, sees the artist doubled up in a criminal-like scenario.

Rapper KimBo, with her words and texts, directly tackles issues that are sensitive to women. Active also at a political-social level, she is an activist on stage as well as outside. On display are two lyrics and a video clip of the song Mir streiked!, written specifically as an anthem for the women's strike of June 14th, 2019. In this song, created with three other female musicians, they talk about violence, discrimination and sexism and the importance of creating a united front in this fight. The only refrain is able to call into question declinations historically attached to the woman as not daring and having to constantly ask for permission. The song King Kong stages a KimBo that gets respect as a woman in a highly masculine field, anchored in a modern and confident language.

Fiorenza Bassetti has often developed themes close to feminism, with continuous research and exploration of her person. For the exhibition, she has created two large new sculptural works, combining them with previous installations and works. Throughout her career, Bassetti has worked hard on the dichotomy of objects and the etymology of words to create a common thread between her works. The sculpture Tirapugni 2019 is the result of a photograph taken years earlier with an apparently harmless kitchen tool, which, when held, turns into a weapon. It is actually a mould used by bakers to create the michette (small loafs ofbread), and the work concludes a reflection carried out on the meanings of this image. The other sculpture, in bright purple, immediately recalls the flag of this years’ women's strike. Inspired by the symbolism of the carpet beater, connected in our minds to the image of housewives, Bassetti takes an object pervaded by a strong symbolism and returns it "modernized", enlarged, light and purple. She thus goes so far as to reclaim possession of a symbol with a possible negative connotation, linked to the imposed hard housework’s. Especially as the image of the carpet beater was used by the committee against female suffrage in Switzerland: the sculpture acquires a heightened meaning, freeing the object and giving it a new image signed 2019.

Together with la rada, I would like to thank Erica and Eros Bassanini, Tom Curiano and Mario Casanova for their availability. Salvatore Fuoti was very important for the production of the sculptures of Fiorenza Bassetti, with the assistance of Pier Paolo Lisi and instruments lent by Tognetti Auto and Sergio Simona.
This exhibition project was supported by Pro Helvetia; there were also collaborations with Helvetia Rockt and Marnin Pasticceria, Locarno.

Larissa Foletta, curator


Selbst (Simon Ledergerber, 2019) |
the sculpture is shown inside Vibrating Zone


a video about the production process of Selbst, sculpture by Simon Ledergerber, 2019.

the sculpture is shown inside Vibrating Zone, exhibition at la rada (Locarno), until November 9th, 2019.

delphine chapuis schmitz // simon ledergerber
curators: carolina sanchez // lisa lee benjamin

@la rada, via della morettina 2, locarno

…Life happens in a vibrating zone between crystallization and dissolution …or in other words between pure radiation and cristallized form…

(scroll down for the English and German text)

Venerdì 11 ottobre, alle ore 18.30, la rada (via della Morettina 2, Locarno) è lieta di presentare un’esposizione che coinvolge due artisti di diversa estrazione: Delphine Chapuis Schmitz e Simon Ledergerber.
“….La vita avviene in una zona vibrante tra cristallizzazione e dissoluzione…. o in altre parole tra radiazione pura e forma cristallizzata…”
Gli artisti sono stati invitati a riflettere sulle parole dello scienziato Alexander Lauterwasser e di interpretarlo secondo la propria poetica. Questo frammento è il seme della conversazione, dell’effimero e della temporalità, e di come l’uomo e il mondo esistono in un flusso costante e lottando per rimanere se stessi e per cambiare. I due artisti in mostra danzano tra elementi di aria, acqua, terra e fuoco, entrambi lasciando residui di azione - uno nella materia e l’altro nella parola. Le opere galleggiano quali frammenti nella nostra immaginazione e nella contemplazione, come forme che trascendono e si sono evolute in altro.
Chapuis Schmitz è un artista testuale che lavora con l’appropriazione di spazio, media, testo e circostanze esistenti. Ha una straordinaria sensibilità e capacità di svelare l’invisibile e gli intermezzi attraverso le forme che mostra, le narrazioni che offre e la sua dissoluzione linguistica.
Ledergerber, scultore di forme e idee, lavora su larga scala con un ampio vocabolario di media e materia. La sua passione sta nel cambiamento intrinseco delle forme. Gioca costantemente invertendo, distorcendo e trasformando i materiali, creando esperienza dello spazio in una dimensione intima.
Lavori distinti che si richiamano a vicenda, generando così nella propria individualità una sorta di lavoro condiviso e interdisciplinare. Grazie per unirvi in questo lavoro comune e transdisciplinare.
Vernissage
Venerdì 11 Ottobre 2019: 18.30
Reading
Sabato 12 Ottobre 2019: 14.00
La mostra è curata da Carolina Sanchez e Lisa Lee Benjamin.
Si ringraziano Repubblica e Canton Ticino - Fondi Swisslos, Pro Helvetia, Erna und Curt Burgauer Stiftung, Canton Zurigo, We are Nature Verein e Martin Mur per il progetto grafico.
12 Ottobre - 9 Novembre 2019
gio - sab: 14.00-19.00 o su appuntamento. Entrata libera.

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Friday 11th October at 6.30 pm, la rada (via della Morettina 2, Locarno) is delighted to present a duo show which involves two established artists from different extraction: Delphine Chapuis Schmitz and Simon Ledergerber .
“…Life happens in a vibrating zone between crystallization and dissolution ….or in other words between pure radiation and cristallized form….”
The artists were asked to reflect on the above text written by the scientist Alexander Lauterwasser and interpret it within their own poetics. The fragment was seed of the conversation, one of ephemerality and temporality, as we and the world exist in a constant flux, wrestling to stay the same and to change. The two artists dance between elements of air, water, earth and fire, both leaving remnants of action — one of material and one of words. The pieces float as fragments in our imagination and in contemplation as two forms which have transcended and evolved into another. Delphine, is a textual artist who works with the appropriation of space, media, text and existing circumstances. She has an extraordinary sensitivity and ability to reveal the invisible intermezzo of spaces through the forms she displays, the narratives she offers and her linguistic dissolution.
Simon Ledergerber, a sculptor of form and ideas, works on a large scale with a broad vocabulary of media. His passion lies in the intrinsic change of forms. He plays constantly by inverting, distorting, and transforming materials, creating experience of space in an intimate dimension.
Thank you for joining us in this shared and transdisciplinary work.
Opening - Friday 11th October 2019, 6.30 PM
Reading - Saturday 12th October 2019, 2.00 PM
The show is curated by Carolina Sanchez and Lisa Lee Benjamin.
This exhibition can be visited until the 9th November.
Thanks to Repubblica e Canton Ticino - Fondi Swisslos, Pro Helvetia, Erna und Curt Burgauer Stiftung, Kanton Zürich, We are Nature Verein and Martin Mur for visual and graphic design.
12th October - 9th November 2019
Thursday - Saturday: 2-7 pm or on appointment. Free entry.

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Am Freitag, den 11. Oktober um 18.30 Uhr, freut sich la rada (via della Morettina 2, Locarno), eine Duo-Show zu präsentieren, an der zwei etablierte Künstler unterschiedlicher Herkunft beteiligt sind: Delphine Chapuis Schmitz und Simon Ledergerber.
"…Das Leben geschieht in einer vibrierenden Zone zwischen Kristallisation und Auflösung ….oder mit anderen Worten zwischen reiner Strahlung und kristallisierter Form….."
Die Künstler wurden gebeten, über den oben genannten Text des Wissenschaftlers Alexander Lauterwasser nachzudenken und in ihrer eigenen Poetik zu interpretieren. Das Fragment, war der Keim des Gesprächs, eines der Vergänglichkeit und Zeitlichkeit, da wir und die Welt in einem ständigen Wandel und Ringen um das Gleiche und die Veränderung stehen. Die beiden Künstler tanzen zwischen Elementen aus Luft, Wasser, Erde und Feuer und hinterlassen dabei Überreste von Taten - eines aus Material und einem Wort. Die Stücke schweben als Fragmente in unseren Vorstellungen und in der Kontemplation als zwei Formen, die transzendiert und zu einer anderen entwickelt wurden.
Delphine, ist eine Textkünstlerin, die sich mit der Aneignung von Raum, Medien, Text und bestehenden Gegebenheiten beschäftigt. Sie hat eine außergewöhnliche Sensibilität und Fähigkeit, das unsichtbare Intermezzo der Räume durch die von ihr dargestellten Formen, angebotenen Erzählungen und sprachlichen Auflösungen zu enthüllen.
Simon Ledergerber, ein Bildhauer für Form und Ideen, arbeitet in großem Stil mit einem breiten Medienvokabular. Seine Leidenschaft liegt in der inneren Veränderung der Formen.
Er spielt ständig, indem er Materialien umkehrt, verzerrt und transformiert und so Raumerfahrungen in einer intimen Dimension schafft.
Vielen Dank, dass Sie sich uns bei dieser gemeinsamen und interdisziplinären Arbeit anschließen.
Eröffnung - Freitag 11. Oktober 2019, 18.30 UHR
Lesung - Samstag 12. Oktober 2019, 14.00 UHR
Diese Ausstellung kann bis zum 9. November besucht werden.
Kuratiert wird die Show von Carolina Sanchez und Lisa Lee Benjamin.
Dank der Repubblica e Kanton Tessin - Fondi Swisslos, Pro Helvetia, Erna und Curt Burgauer Stiftung, Kanton Zürich, sind wir Naturverein und Martin Mur für visuelle und grafische Gestaltung.
11. Oktober - 9. November 2019
Donnerstags - Samstags: 14-19 Uhr oder nach Vereinbarung. Freier Eintritt.

Vera and her art-friendly spaces

video directed by Radiana Basso and produced by la rada (February 2019) for alternativeartguide.com and the Supermarket art fair (Stockholm, April 2019)

monica mazzone // marta ravasi
curator: valentina negri

@la rada, via della morettina 2, locarno

Modern art, suffering from a permanet tendency to the constructive, an obsession with objectivity, stand isolated and powerless in a society which seems bent on its own destruction” (John Reed Club, 1932)

(scroll down for the English text)

La rada, spazio indipendente di Locarno, sabato 30 marzo alle 18 aprirà Regular Dreams, esposizione che ospita i lavori di Monica Mazzone e Marta Ravasi, curata da Valentina Negri.

Regular Dreams è stata pensata come dialogo tra i linguaggi delle produzioni delle due artiste, dove la geometria e la razionalità di Monica si confronta con la ricerca pittorica emotiva di Marta.

L’apparente disparità e diversità tra le produzioni sono sottese al tentativo ossessivo di ricerca della perfezione e della trasposizione materiale delle idee (tormentate) che accompagnano le artiste nella vita quotidiana.

Il lavoro di Monica Mazzone è frutto della ricerca che lei stessa conduce a partire dall’analisi della geometria e dalle regole che la governano; il fine è quello di traslare visivamente il pensiero che unisce spazio e opera sotto una sola identità, in un processo geometrico con delle regole precise, nella segreta aspirazione di creare una sorta di linguaggio visivo universale. L’applicazione di questo processo è esteso anche alle emozioni: Monica tenta di razionalizzarle e renderle comunicabili, dando così forma alla connessione fra sé stessa e lo spazio in cui si trova.

I risultati si materializzano, dunque, in sculture di alluminio dalle linee definite e armoniche che giocano sui dualismi pieno-vuoto, pesante-leggero; in certi casi sono accompagnate da pitture, superando e fondendo l’idea di scultura e pittura, bidimensionalità e tridimensionalità, dove – secondo Monica – “L’umanità trova la sua centralità in discipline come la matematica e la geometria, erroneamente ritenute spersonalizzanti”.

Per Marta Ravasi il punto di partenza è un’immagine figurativa che viene da lei manipolata nel tentativo di comprenderla e impossessarsene, occultandola e restituendola a chi guarda in una natura diversa.

Il flusso immaginativo emerge da oggetti ed eventi del tutto casuali, che esercitano su Marta un’ossessione che diviene necessità di rappresentazione; la trattengono e la respingono allo stesso tempo e la relazione con la pittura diventa un’esigenza espressa attraverso un tratto leggero e per certi versi effimero ma denso di significato, un processo definito da Marta come “portare avanti un flusso, far maturare qualcosa, è una serie di conseguenze mentali e fisiche. È il risultato di scelte imprevedibili”.

I colori si sovrappongono e si miscelano su vari livelli, creando cromatismi complessi dal carattere malinconico, difficili da ricreare e le tele suggeriscono sensazioni che oscillano tra l’intimità e il distacco.

Si tratta della prima esposizione svizzera per entrambe le artiste e sarà visibile fino al primo maggio dal giovedì al sabato dalle 14 alle 19, con ingresso libero, e su appuntamento tutti i giorni, anche festivi, in via della Morettina 2, a Locarno. Apertura speciale anche i pomeriggi di Pasqua, lunedì di Pasqua e primo maggio.

Per informazioni e appuntamenti: riccardo.lisi@larada.ch | +41 76 4391866 | +39 320 4866373.

Monica Mazzone. Nata a Milano nel 1984, vive e lavora tra Milano e New York.

Ha esposto in spazi pubblici e privati, in Italia e all’estero, tra cui: NARS Foundation e The Border New York, Studio Maraniello Milano, Palazzo Reale Milano, MARS Milano, Merkur Gallery Istanbul, Galleria Giuseppe Pero Milano, Fabbrica del Vapore Milano, Fondazione Bandera Busto Arsizio, Satzyor Gallery Budapest, Museo Arte Contemporanea Lissone. Monica ha inoltre al suo attivo progetti curatoriali ed è membro attivo della redazione della rivista d’arte “E IL TOPO”.

Marta Ravasi. Nata a Lecco nel 1987, vive e lavora a Locarno.

Ha studiato pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano e ha conseguito un MA in Fine Arts presso UAL, al Wimbledon College of Arts di Londra. Tra i suoi progetti la mostra personale: Violette di Marte, Fanta Spazio, Milano, 2017; finalista al Menabrea Art Prize, 7th Edition, Roma, 2018; la pubblicazione Paradise Parade – In my computer, Photodump, Link Editions, 2016.

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Regular Dreams will open on Saturday the 30th of March at 6 pm at la rada, independent space in Locarno, the exhibition features works by Monica Mazzone and Marta Ravasi, curated by Valentina Negri.

Regular Dreams was conceived as a dialogue between the languages productions of the two artists, where Monica’s geometry and rationality is faced with Marta’s emotional pictorial research.

The apparent disparity and diversity between the productions are underlying the obsessive attempt to seek perfection and the material transposition of the (tormented) ideas that accompany the artists in their daily lives.

Monica Mazzone’s work is the result of her own research starting from the analysis of geometry and the rules that govern it; the aim is to visually translate the thought that unites space and work under a single identity, in a geometric process with precise guidelines, in the secret ambition to create a sort of universal visual language. The application of this process is also extended to emotions: Monica tries to rationalize and make them communicable, thus giving shape to connection between herself and the space in which to operate.

The results are materializing in aluminum sculptures with defined and harmonics lines that play on dualisms full-empty, heavy-light. In some cases they are accompanied by paintings, overcoming and merging the idea of sculpture and painting, two-dimensionality and three-dimensionality, where – according to Monica – “Humanity finds its centrality in disciplines such as mathematics and geometry, mistakenly considered depersonalizing”.

For Marta Ravasi, the starting point is a figurative image that she manipulates in an attempt to understand it and take possession of it, hiding it and returning it back to the viewer in a different nature.

The imaginative flow emerges from completely random objects and events, which exercise on Marta an obsession that becomes a need for representation; they hold her back and reject her at the same time and the relationship with painting becomes a need expressed through a light and in some ways ephemeral but full of meaning line, a process defined by Marta as “carrying on a flow, maturing something, it is a series of mental and physical consequences. It is the result of unpredictable choices”.

The colours overlap and mix on various levels, creating complex shades by the nature, difficult to recreate and the canvases suggest feelings that oscillate between intimacy and detachment.

This is the first Swiss exhibition for both artists and will be visible until the 1st of May from Thursday to Saturday from 2 to 7pm, with free admission, and by appointment every day, including holidays, in Via della Morettina 2, Locarno. Special openings also on the afternoons of Easter, Easter Monday and May the 1st. For information and appointments: riccardo.lisi@larada.ch | +41 76 4391866 | +39 320 4866373.

Monica Mazzone. Born in Milan in 1984, she lives and works between Milan and New York.

She has exhibited in public and private spaces, in Italy and abroad, including: NARS Foundation and The Border New York, Studio Maraniello Milan, Palazzo Reale Milan, MARS Milan, Merkur Gallery Istanbul, Galleria Giuseppe Pero Milan, Fabbrica del Vapore Milan, Fondazione Bandera Busto Arsizio, Satzyor Gallery Budapest, Museo Arte Contemporanea Lissone. Monica has also made curatorial projects and is an active member of the editorial staff of the art magazine “E IL TOPO”.

Marta Ravasi. Born in Lecco in 1987, she lives and works in Locarno.

She studied painting at the Brera Academy of Fine Arts in Milan and obtained an MA in Fine Arts at UAL, at the Wimbledon College of Arts in London. Her projects include a solo exhibition: Violette di Marte, Fanta Spazio, Milan, 2017; finalist at the Menabrea Art Prize, 7th Edition, Rome, 2018; the publication Paradise Parade – In my computer, Photodump, Link Editions, 2016.