Andrea Bordoli, Andrés Baron, Jeannette Muñoz, Taiyo Onorato & Nico Krebs, Ben Rivers

a cura di Jessica Macor e Yimei Zhang 

18.09.2021 – 16.10.2021

Vernissage sabato 18 settembre alle 18:00

Orari di apertura: da venerdì a domenica dalle 15:00 alle 19:00

e su appuntamento scrivendo a: direzione@larada.ch

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Andrea Bordoli, Andrés Baron, Jeannette Muñoz, Taiyo Onorato & Nico Krebs, Ben Rivers

curated by Jessica Macor and Yimei Zhang 

18.09.2021 – 16.10.2021

Opening on Saturday September 18 from 6pm.

Opening times: Fri-Sun from 3pm to 7pm

and on appointment: direzione@larada.ch

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Persistenze è un’esposizione di film d’artista realizzati in pellicola 16mm, un formato instabile e soggetto alla decomposizione. Dall’estetica delle rovine all’approccio stratificato della storia, dalla meditazione sulla distruzione al trompe l’oeil, le opere esposte propongono una riflessione sulle possibilità di percezione dello scorrimento temporale attraverso l’osservazione dei cambiamenti di luoghi e paesaggi. 

Come è ormai noto, il mondo del cinema e dell’immagine in movimento in generale ha attraversato negli ultimi 20 anni un processo di digitalizzazione massiva, rendendo obsoleto, costoso e più difficoltoso l’impiego della pellicola per la realizzazione di film. Tuttavia, più questo processo di smaterializzazione delle immagini avanza, più alcuni autori, soprattutto coloro che evolvono a partire dagli anni 2000 nell’interstizio poroso tra cinema sperimentale e installazione d’arte contemporanea, persistono nel ricorrere alla pellicola 16mm, quasi come un atto di resistenza. Cosi facendo, questi artisti questionano i processi di trasformazione fisica e cognitiva di luoghi e paesaggi a noi familiari tramite l’uso di un formato esso stesso volto a diventare rovina per via della fragilità del suo materiale. 

Tuttavia, non si tratta semplicemente di un’operazione nostalgica fine a se stessa, ma in tutte le opere esposte si può cogliere infatti l’influenza della visione di Robert Smithson sulla percezione delle rovine: non un simulacro immobile del passato, ma un’opportunità di riflessione sulla dinamicità e sul divenire del mondo che ci circonda.

Siccome la proiezione in pellicola è diventata una pratica sempre più rara negli ultimi anni, questa ha recuperato la sua dimensione auratica, nel senso benjaminiano del termine. I film in pellicola diventano infatti sempre più degli oggetti unici, il cui supporto materiale cambia di copia in copia, in base allo stato di conservazione e d’usura. Durante l’esposizione si potrà quindi assistere al “ciclo di vita” di una pellicola: a forza di attraversare il proiettore e il looper, alcuni colori muteranno, graffi e segni nuovi appariranno, facendo eco alla degradazione dei muri degli edifici filmati, all’evoluzione dei paesaggi, al senso di transitorietà dell’immagine, aprendo squarci che ispirano nuove interpretazioni e possibili alternative.

In Sack Barrow, l’artista inglese Ben Rivers (Somerset, 1972), documenta i gesti dei sei operai di una piccola fabbrica a conduzione famigliare della periferia di Londra prossima alla chiusura dopo 80 anni d’attività. Anni e anni di processi chimici e minerali hanno finito per trasformare questo luogo in un mondo a parte, liquido e spettrale.

Il giovane cineasta e antropologo ticinese Andrea Bordoli (Stabio, 1990) propone in anteprima alla rada il suo film Stabulum, in cui esplora la natura ambivalente del paesaggio di Stabio, comune alla frontiera tra Italia e Svizzera in cui è cresciuto, a metà tra un passato agricolo e pastorale e un presente di infrastrutture industriali e reti di trasporto.

Andrés Baron (Bogotà, 1986), fotografo e cineasta colombiano stabilitosi a Parigi, sviluppa la sua pratica artistica come un’investigazione sui diversi livelli di lettura dell’immagine, per ricontestualizzarla e sviarne i codici e le convenzioni. Folded landscape (El Páramo) è un piccolo trattato sull’immagine come trompe l’oeil: un paesaggio diventa immagine fissa, che a sua volta diventa immagine in movimento.

Jeannette Muñoz (Santiago del Cile, 1967) pratica l’arte del frammento e della nota visiva per creare opere in divenire. Puchuncaví (where the fiestas end) è l’esplorazione di un luogo che porta in sé le tracce della sua trasformazione durante i secoli: crocevia di strade Inca, passato tra le mani dei colonizzatori Spagnoli, diventato un centro balneare all’epoca di Allende, campo di concentramento durante la dittatura di Pinochet e infine, in anni più recenti, destinazione turistica e centro industriale.

Partendo dal quotidiano come luogo di ricerca, il duo svizzero Taiyo Onorato & Nico Krebs (Zurigo e Winterthur, 1979) crea immagini fisse e in movimento in cui realtà e finzione collidono. Il loro film Fire, girato in un unico piano su una sola bobina di pellicola 16mm, apre una riflessione sulla nozione di durata e sul tempo necessario ad un atto di distruzione.

Jessica Macor (Como, 1990, vive e lavora a Parigi)

Ricercatrice, programmatrice e curatrice nell’ambito del cinema e dell’immagine in movimento, specializzata nelle forme ibride, documentarie e sperimentali. Oltre alla curatela di mostre e rassegne di video e cinema (La materia dell’immagine digitale: personale di Jacques Perconte – Milano 2015, Boom cut guérilla – Marsiglia 2016, personale di Emmanuelle Negre – Parigi 2018, Archivi del Festival des Cinémas Différents et Expérimentaux de Paris – Parigi 2018), ha collaborato con numerosi festival e istituzioni nazionali e internazionali, tra cui: Cinéma du réel – Centre Pompidou, FIDMarseille, Collectif Jeune Cinéma, e più recentemente con il Locarno Film Festival. 

Dal 2015 prepara una tesi di dottorato all’università Sorbonne Nouvelle – Paris III.

Yimei Zhang (Guiyang, Cina, 1990, vive e lavora a Locarno)

Curatrice indipendente, fotografa, coordinatrice e mediatrice in progetti di scambi artistici e culturali, si è laureata presso il Dipartimento di scenografia d’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano nel 2014. Nello stesso anno, ha iniziato gli studi di master e si è laureata nel 2017 in Nuove tecnologie d’arte all’Accademia di Belle Arti di Brera. Ha partecipato a diversi progetti tra cui residenze, esposizioni e fiere d’arte, mettendo in relazione scene artistiche di diverse zone geografiche, lavorando tra Svizzera, Italia e Cina. Nell’estate del 2016, ha fondato Fuzao Studio, Milano, la cui attività è caratterizzata dalla produzione di libri d’artista, che vengono presentati ogni anno in fiere di settore sulla scena internazionale; nel 2020 è stata selezionata come fotografa per il catalogo d’artista di Marta Margnetti ‘e improvvisamente scossa da una forza’ pubblicato dal MASI di Lugano.

Dal 2021 fa parte del gruppo direttivo de la rada, spazio per l’arte contemporanea, come co-direttrice.

Process for a Film di Jeannette Muñoz, performance di expanded cinema in pellicola 16mm

19 settembre 2021 alle 16:00, Bi12, Biennale dell’Immagine, Chiasso, Sede ABi – Vicolo dei Chiesa 1, 6830 Chiasso

Performance di cinema espanso in cui diverse pellicole 16mm vengono manipolate, montate in diretta e proiettate seguendo vari processi di deformazione in un’atmosfera intimista. La struttura musicale della performance permette ai fotogrammi di sfuggire al dispositivo di proiezione convenzionale.

Workshop Pellicola 16mm

Durante l’ultima settimana dell’esposizione, l’artista italo-sloveno Tomaž Burlin (1977, Koper/Capodistria) terrà un workshop di iniziazione alla pratica cinematografica in 16mm con gli studenti del CISA di Locarno. Il materiale filmico prodotto in questo contesto verrà mostrato sotto forma di performance di expanded cinema durante il finissage della mostra alla rada, sabato 16 ottobre 2021 alle 19:30.

Mostra realizzata con il gentile contributo di:

Landis & Gyr Stiftung, Fondazione Pro Helvetia, Erna und Curt Burgauer Stiftung, Ernst Göhner Stiftung. 

L’esposizione  è parte di Glob0, programma espositivo de la rada 2021. Il programma annuale ha il sostegno di: Municipio di Locarno, Repubblica e Cantone Ticino, Migros Kulturprozent. Si ringrazia in particolare Michele Tognetti per il costante supporto.

Si ringraziano inoltre i partners organizzativi di Persistenze:  CISA (Conservatorio Internazionale Scienze Audiovisive, Locarno), Bi12 Biennale dell’Immagine (Chiasso), Spazio ELLE (Locarno) 

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ENGLISH

Persistenze focuses on artist films made in 16mm, a format known for its fragility and decaying properties. From the aesthetic of the ruins to a stratified approach of History, from the meditation on destruction to the trompe l’oeil, the exposed artworks reflect on the possibility of the perception of the passing of time through the observation of the changes undergone by specific places and landscapes.

The world of cinema and moving image in general has gone through a massive digitalization process during the past 20 years: as a consequence the use of celluloid film became more difficult, expensive and obsolete. Despite the spreading of the dematerialization of the images, there are many artists that from the beginning of the 2000s  especially those whose work exist in the grey area between experimental cinema and art installation decided to develop their practice using 16mm, almost as a form of resistance. By doing so, they create artworks that are capable of questioning the processes of physical and cognitive transformation of familiar places and landscapes through a medium such as film, that is doomed to become a ruin itself due to the properties of its material support.

By doing so, they capture the processes of destruction and change of familiar landscapes on a material that is itself doomed to ruin. However, this is not a nostalgic operation. In all the artworks exhibited one can grasp the influence of Robert Smithson’s vision of the ruins: not as a static simulacrum of the past, but as an opportunity to observe the dynamics and the becoming of the world.

As the projection of celluloid film has become nowadays an increasingly rare practice, it has recovered its auratic dimension, in the Benjaminian sense of the term. Celluloid prints, due to the frailty of their material, are becoming more and more unique objects, whose unstable support changes from copy to copy, depending on the state of preservation and use. 

During the exhibition, one can experience the “life cycle” of a film: by going through the projectors and the loopers, some colors of the films will fade, scratches and new marks will appear, echoing the degradation of the walls of the buildings filmed, the denatured landscapes, the sense of transience of the image, opening up glimpses that inspire new interpretations and possible alternatives. 

In Sack Barrow, British filmmaker Ben Rivers (Somerset, 1972), documents the actions of six workers from a small factory in the outskirts of London that is about to close after 80 years of activity. Years and years of chemical and mineral processes transformed this place into a parallel microcosmos, liquid and spectral. 

Young director and anthropologist Andrea Bordoli (Stabio, 1990) showcases for the first time at la rada his film Stabulum, that explores the double nature of Stabio’s landscape, a village on the border between Switzerland and Italy where he grew up, suspended between a bucolic past and a present made of industrial plants and transportation infrastructures.

Andrés Baron (Bogotà, 1986) is a Colombian photographer and filmmaker based in Paris. Through his artistic practice he investigates on the different levels of interpretation of the images, by recontextualizing them and hijacking their codes and norms. Folded landscape (El Páramo) is a small essay on the image as trompe l’oeil: a landscape first becomes a still image, then becomes a moving image.

Jeannette Muñoz (Santiago de Chile, 1967) practices the fragment form and the visual note as a structure to create her series of artworks. Puchuncaví (where the fiestas end) is the exploration of a place that carries in itself all the traces of its changes through the centuries: ending point of an ancient Inca route gone through Spanish colonization, it has become a touristic spot during the Allende years and became a camp under Pinochet’s dictatorship. In recent years it evolved into an industrial centre.

Starting from the everyday as their research field, Swiss duo Taiyo Onorato & Nico Krebs (Zurigo and Winterthur, 1979) creates still and moving images where reality and fiction merge. Their film Fire, shot on a sigle 16mm roll, develops a reflection on the notion of duration and on the time needed to accomplish an act of destruction.

Jessica Macor (Como, Italy, 1990)

Researcher, film programmer and curator in the field of cinema and moving image, specialized in hybrid, documentary and experimental forms. She lives and works in Paris since 2009. In addition to curating film and video exhibitions and retrospectives (The matter of the digital image: personal retrospective on Jacques Perconte’s work – Milan 2015, Boom cut guérilla: collective video exhibition – Marseille 2016, Temps de pose: personal exhibition on Emmanuelle Negre’s work- Paris 2018, 20 ans d’archives: Festival des Cinémas Différents et Expérimentaux de Paris – Paris 2018), she has collaborated with numerous national and international film festivals and institutions, including: Cinéma du réel – Centre Pompidou, FIDMarseille, Collectif Jeune Cinéma, Lausanne Underground Film Festival and more recently with the Locarno Film Festival. She is preparing a doctoral thesis at the Sorbonne Nouvelle University – Paris III.

Yimei Zhang(Guiyang, China, 1990)

Independent curator, photographer, coordinator and mediator in artistic and cultural exchange projects, lives and works in Ticino. She graduated from the Department of Art Scenography at the Accademia di Belle Arti di Brera in Milan in 2014. In the same year, she began her master’s studies and graduated in 2017 in New Art Technologies at the Academy of Fine Arts of Brera. She has participated in various projects including artistic residencies, exhibitions and art fairs, linking artistic scenes from different geographical areas, working between Switzerland, Italy and China. In the summer of 2016, she founded Fuzao Studio in Milan, whose activity is focused on the production of artist books which are presented every year at international trade fairs; in 2020 she was selected as photographer for Marta Margnetti’s artist catalog “and suddenly shaken by a force” published by MASI in Lugano. Starting from 2021 she is co-director of La Rada – spazio per l’arte contemporanea.

Process for a Film by Jeannette Muñoz, expanded cinema performance on 16mm film

September 19, 2021 at 4pm, Bi12, Biennale dell’Immagine, Chiasso

Sede ABi  – Vicolo dei Chiesa 1, 6830 Chiasso

Expanded cinema performance where the artist manipulates, edits and distorts different 16mm reels, in an intimate atmosphere. The musical structure of the performance allows the frames to escape from the conventional projection setting.

16mm Film Workshop

During the last week of the show, Italian-Slovenian artist Tomaž Burlin (1977, Koper/Capodistria) will direct a workshop on the practice of 16mm film with the students of the CISA in Locarno. The film material produced in this context will be shown as an expanded cinema performance that will take place for the closing of the exhibition at la rada, on Saturday October 16 at 7:30pm.

Exhibition kindly supported by:

Landis & Gyr Stiftung, Fondazione Pro Helvetia, Erna und Curt Burgauer Stiftung, Ernst Göhner Stiftung. 

This exhibition is part of Glob0, la rada’s 2021 exhibition program. The annual program is supported by: Municipio di Locarno, Repubblica e Cantone Ticino, Migros Kulturprozent. We particularly thank Michele Tognetti for his consistent support.We thank the organizational partners of Persistenze:  CISA (Conservatorio Internazionale Scienze Audiovisive, Locarno), Bi12 Biennale dell’Immagine (Chiasso), Spazio ELLE (Locarno)

Hanna Hildebrand

vernissage: merc. 4 agosto h 18
live music set: ven. 13 agosto, h 19 con Franziska Lantz

Orari di apertura: dal 5 al 14 agosto: tutti i giorni, h 17 – 22
dal 15 agosto al 5 settembre: dal venerdì alla domenica, h 15 19

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opening: Wednesday August 4, 6pm
live music set: Friday August 13, 7pm with Franziska Lantz

Opening times: from August 5 to 14: every day, 5 10 pm
from August 15 to September 5: from Friday to Sunday, 3 7 pm

FOE ENGLISH SCROLL DOWN:

Come sempre, la rada offre al pubblico del Festival di Locarno la possibilità di vedere forme di espressione contemporanea laterali rispetto all’arte cinematografica. L’artista esposta quest’anno – Hanna Hildebrand – è anche regista e dal 2018 sta lavorando sul progetto Omega Transit, trilogia di cortometraggi ispirata al genere science fiction.

Ma come detto, qui il pubblico trova una pausa rispetto alla consueta visione filmica. Questo progetto – ancora in evoluzione – è in effetti un dispositivo espositivo multimediale ed eclettico che traspone la verticalità della sequenza temporale di tre film sperimentali e li riporta orizzontalmente nelle sale di uno spazio indipendente d’arte contemporanea.

In effetti la produzione di Omega Transit non è quella consueta di un film, ma soprattutto un progetto artistico e sociale che nasce – oltre che dall’esperienza e approccio dell’artista – anche da due intensi stimoli presenti a Chiasso, una delle sue città: il passaggio costante di migranti e la presenza di un centro commerciale dalle forme futuribili ma presto rimasto in disuso, il Centro Ovale. Brevemente, la trama del film è costituita dal viaggio di alcuni giovani verso una vita migliore, viaggio effettuato usando l’Ovale come astronave interplanetaria. I dialoghi e le scene sono stati realizzati assieme dalla regista e dagli attori, che in questo film, nel contesto di momenti di improvvisazione, estendono il loro ruolo a reali partecipanti. Il mondo nuovo e migliore sui quali i personaggi atterrano è forse in un certo senso semplicemente la Svizzera, è un ritorno alla realtà, con una nuova coscienza acquisita dall’esperienza e dalle vicissitudini del viaggio, decisamente non ancora terminato.

L’esposizione si apre con uno spazio di transizione: un passaggio tra materiali impiegati nelle riprese e copie di bozzetti e storyboard di alcune scene. Alcuni dei disegni e testi esposti in originale sono stati realizzati dai partecipanti durante i workshop preparatori e le riprese. I tre corti, realizzati dal 2018, rappresentano anche tre fasi delle vite effettive di post-adolescenti in cerca di un futuro.

Possiamo immaginare di avere di fronte un anziano che, ispirato dagli oggetti che lo circondano quotidianamente in uno scenario post apocalittico, racconti di accadimenti ipotetici e favolosi.

Si entra nell’ultima sala in un caos proteiforme e rappresentativo del nostro vivere nel villaggio globale massmediatico, grazie a circa 15 proiezioni. Avanzando nella sala si procede dal primo episodio all’ultimo della trilogia, mentre l’astronave in viaggio e il correre dei ragazzi in cerca del mondo nuovo fanno da bordone a scene decisive di un film realizzato anche volutamente in modalità low-budget e lo-fi.

Hildebrand percepisce l’influenza dell’approccio dell’architetto Yona Friedman: per lui una carta appallottolata può fungere da modello di un edificio. Ingenui effetti speciali sono perciò stimoli e strumenti per l’immaginazione. Una lettura onirica appare praticabile, anzi utile. Il viaggio interplanetario diviene l’esperienza universale, in particolare adolescenziale, un processo di passaggio tra stati dell’essere.

Appare evidente che è il processo, il lavoro che l’artista e regista sta compiendo, che qui viene mostrato, in una forma liberamente esplorabile dallo spettatore.

Come detto, questo progetto è ancora in divenire ed invitiamo il pubblico a seguirlo, per esempio partecipando giovedì 13 agosto dalle ore 19 al concerto della compositrice elettronica Franziska Lantz (Londra) che ha realizzato le colonne sonore di Omega Transit, sempre alla rada ed a ingresso libero.

I costumi dell’ultimo episodio sono una collaborazione con l’upcycling couture brand Rafael Kouto, dalle collezioni All the nothing that will remain, 2018, Suspended bodies that will never fall, 2019, e Wishing this world will last forever, 2020.

Questa esposizione è parte di GLOB0, programma della rada 2021, ed è curata dall’ex direttore de la rada, Riccardo Lisi.

Il progetto Omega Transit è stato sostenuto nelle fasi di realizzazione da Infogiovani del Canton Ticino, da Pro Helvetia e dal Programma di Integrazione Cantonale. Un particolare ringraziamento al Centro Ovale e alla Croce Rossa Svizzera, Sezione del Sottoceneri. Il programma espositivo de la rada è reso possibile da: Göhner Stiftung, DECS Repubblica e Stato del Cantone Ticino / Fondi SwissLos, Città di Locarno, Tognetti Auto (Gordola), Migros Percento Culturale. Un grande ringraziamento va a Matthew Antezzo, Sandro Pianetti, Rosario Ilardo e Michele Tognetti, oltre che al Locarno Film Festival.

ENGLISH:

As always, la rada offers the Locarno Festival public the opportunity to see contemporary forms of expression that are lateral to the art of cinema. The artist exhibited this year – Hanna Hildebrand – is also a director and since 2018 has been working on the Omega Transit project, a trilogy of short films inspired by the science fiction genre. But as mentioned, here the public finds a break from the usual film vision. This project – still evolving – is in fact a multimedia and eclectic display device that transposes the verticality of the temporal sequence of three experimental films and brings them horizontally into the halls of an independent contemporary art space. In fact, the production of Omega Transit is not the usual one of a film, but above all an artistic and social project that arises – as well as from the artist’s experience and approach – also from two intense stimuli present in Chiasso, one of her cities: the constant passage of migrants and the presence of a commercial center with a futurist shape, that soon fell into disuse, the Centro Ovale.

Briefly, the plot of the film is the journey of a group of youngsters towards a better life, a journey made using the Ovale as an interplanetary spaceship. The dialogues and scenes were made together by the director and the actors, who in this film, in the context of moments of improvisation, extend their role to real participants. The new and better world on which the characters land is perhaps in a certain sense simply Switzerland, it is a return to reality, with a new awareness acquired from the experience and vicissitudes of the journey, which is definitely not yet finished. The exhibition opens with a transition space: a transition between materials used in shooting and copies of sketches and storyboards of some scenes. Some of the original drawings and texts on display were made by the participants during the preparatory workshops and shooting. The three shorts, made since 2018, also represent three phases in the actual lives of post-adolescents looking for a future.

One can imagine, in the context of the exhibition, the point of view of an elderly person who, inspired by the objects that surround him every day in a post apocalyptic scenario, tells tales of hypothetical and fabulous events.

You enter the last room in a protean chaos representative of our life in the global mass media village, thanks to about 15 flat screen monitors. Advancing in the room, one proceeds from the first episode to the last of the trilogy, while the traveling spaceship and the running of the youths in search of the new world are the cast for decisive scenes of a film also deliberately made with a low-budget and lo- fi attitude. Hildebrand perceives the influence of architect Yona Friedman’s approach: for him a crumpled paper can serve as a model of a building. Relative naive special effects are therefore stimuli and tools for the imagination.

Another possible point of view is to interpret the total work of the exhibions as a dream or series of dreams. The interplanetary journey becomes the universal experience, especially of adolescence, a process of transition between states of being. It is clear that it is the process, the work that the artist and director is doing, which is shown here, in a form that can be freely explored by the viewer.

As mentioned, this project is still in progress and we invite the public to follow it, for example by participating on Thursday 13 August from 7 pm to the concert of the electronic composer Franziska Lantz (London) who made the soundtracks of Omega Transit, always at la rada with free admission.

The costumes of episode 3, are a collaboration with the upcycling couture brand Rafael Kouto, from the collections: All the nothing that will remain, 2018, Suspended bodies that will never fall, 2019, and Wishing this world will last forever, 2020.

The exhibition is part of GLOB0, la rada’s 2021 program and has been curated by the former director of la rada, Riccardo Lisi.

The Omega Transit project was supported in the implementation phases by Infogiovani of the Canton of Ticino, by Pro Helvetia and by the Cantonal Integration Program. Special thanks to the Oval Center and the Swiss Red Cross, Sottoceneri Section. The exhibition program of la rada is made possible by: Göhner Stiftung, DECS Republic and State of the Canton of Ticino / Fondi SwissLos, City of Locarno, Tognetti Auto (Gordola), Migros Percento Culturale. A big thank you goes to Matthew Antezzo, Sandro Pianetti, Rosario Ilardo and Michele Tognetti, as well as to the Locarno Film Festival.

(scroll down for the english text)

Oscar Formacio, Byron Gago, Carlos Lara, Fatima Wegmann

A cura di Nina Fiocco e Tommaso Gatti

11 Giugno – 10 Luglio 2021 

Inaugurazione 11 Giugno, Ore 18.00

L’abbandono del paesaggio è un tema frequente nella storia dell’arte. Le immagini di vestigia e ambienti naturali con ruderi sono apparse in modo intermittente per diversi secoli,  spesso rappresentando il simbolo malinconico di un passato da celebrare. Ogni giorno, in America Latina, compaiono nuove rovine e alcuni territori si svuotano della presenza umana. Lontani da qualsiasi pretesa romantica, questi fenomeni sono legati su scala globale a politiche di sfruttamento e abuso, e sono la conseguenza di processi di estrattivismo, nuove industrializzazioni e narco-violenza.  Il paesaggio, raccontato e rappresentato dagli artisti latinoamericani, diventa quindi il sito forense in cui raccogliere indizi sulle conseguenze di questioni storiche e sociali al centro del dibattito postcoloniale contemporaneo. In Deriva Continental, a cura di Nina Fiocco e Tommaso Gatti, quattro paesaggi sono frammentariamente evocati attraverso i video, i racconti e le installazioni di quattro artisti (Oscar Formacio, Byron Gago, Carlos Lara e Fatima Wegmann) . Le opere presenti in mostra, a partire da ricerche microstoriche e suggestioni autobiografiche, delineano un quadro delle ragioni politiche dietro i processi di ricollocazione territoriale, di dislocamento forzato della popolazione e di ricostruzione della memoria in contesti specifici. 

Byron Gago (*Ecuador, 1994) vive e lavora a Losanna; ha ottenuto un bachelor presso l’Accademia di Brera di Milano e un master in Visual Arts presso l’ECAL di Losanna. È stato insignito del Premio Ducato 2020 nella categoria Accademia. Nella sua pratica affronta con diversi media momenti storici di transizione a cui spesso introduce una componente di finzione, osservando in particolare l’architettura come dispositivo e agente di identità e le sue derive dispotiche, caratterizzate da spazi vincolati a specifici immaginari collettivi.

Fatima Wegmann  (*Perù, 1992) artista, operatrice culturale, ricercatrice e DJ (alias ven’3mo) con sede a Ginevra. Ha ottenuto un Bachelor presso l’International Relations Global Institute dell’Università di Ginevra e sta svolgendo un Master in Visual Arts presso la HEAD di Ginevra. Il suo lavoro esplora nozioni di identità e ibridazione attraverso una pratica audiovisiva intrecciata con la poesia, le teorie postcoloniali e il cyberfemminismo. Questo le permette di dar luogo a distinti spazi di sperimentazione laddove ricerca discorsi emancipatori e processi di guarigione. 

Oscar Formacio (*Messico, 1989) vive e lavora in Messico, è artista e manager culturale. Il suo lavoro, basato sul suo quotidiano e sulla sua storia familiare, affronta criticamente problemi socio-politici ed economici, con particolare enfasi sui concetti di territorio e memoria. Il suo lavoro I lavori di Oscar sono stati esposti in diverse città del Messico, così come in mostre e festival in Spagna, Italia, Russia, Perù e Germania.

Carlos Lara (*Messico,1994) è un artista multidisciplinare. Si è laureato in arti visive presso l’Università di Monterrey (UDEM), ha studiato fotografia presso la scuola Alfa Horus e incisione, disegno e pittura presso la Scuola Adolfo Prieto. Il suo lavoro esplora le diverse maniere e le valenze simboliche legate ai processi di modernizzazione industriale, su cui è costruita l’identità. In particolare analizza il processo di civilizzazione inteso come un riflesso della cultura del lavoro, come veicolo per il progresso, la capitalizzazione del tempo libero e lo sfollamento forzato in balia della modernizzazione.


Inaugurazione: 11 giugno 2021, ore 18.00-22.30

❕Osservazioni❕: il vernissage ha luogo in osservanza delle disposizioni vigenti.

L’affluenza è regolamentata, si richiede la mascherina e il rispetto delle distanze.

La mostra rimarrà aperta fino al 10 luglio 2021

Orari d’apertura: venerdì – domenica 15.00 – 19.00

e su appuntamento: direzione@larada.ch  / +41789088262

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la rada

Via della Morettina 2, 6600 Locarno

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Deriva continental (una storia d’abbandono)

Oscar Formacio, Byron Gago, Carlos Lara, Fatima Wegmann

Curated by Nina Fiocco and Tommaso Gatti

June 11 – July 10, 2021  

Opening: June 11, 6-9 pm

Abandoned landscapes are a frequent theme in art history. Images of vestiges and natural environments with ruins have appeared intermittently for several centuries, often representing the melancholic symbol of a past to be celebrated. Every day, new ruins appear in Latin America, and territories become empty of human presence. Far from any romantic claim, these phenomena are linked on a global scale to policies of exploitation and are the consequence of processes of extractivism, new industrialization, and narco-violence. The landscape, narrated and represented by Latin American artists, is the forensic site in which to collect clues about the consequences of historical and social issues at the center of the contemporary postcolonial debate. In Deriva Continental, curated by Nina Fiocco and Tommaso Gatti, four landscapes are fragmentarily evoked through the videos, stories, and installations of four artists (Oscar Formacio, Byron Gago, Carlos Lara, and Fatima Wegmann). The artworks, starting from micro-historical research and autobiographical suggestions, outline a picture of the political reasons behind the processes of territorial relocation, forced displacement of the population, and reconstruction of memory in a specific context.

Byron Gago  (*Ecuador, 1994) lives and works in Lausanne; he holds a BA from the Fine Arts Academy of Brera in Milan and a master’s degree in Visual Arts from ECAL in Lausanne. He was awarded the Ducato Prize 2020 in the Academy category. In his practice he faces, with different media, historical moments of transition to which he often introduces a component of fiction, focusing on architecture as a device and agent of identity and its despotic drifts, characterized by spaces bound to specific collective imagination.

Fatima Wegmann (*Perù, 1992) is an artist, cultural worker, researcher, and DJ (aka ven’3mo) based in Geneva. She holds a BA from the International Relations Global Institute at the University of Geneva and is pursuing a Master’s degree in Visual Arts at HEAD in Geneva. Her work explores notions of identity and hybridization through an audiovisual practice intertwined with poetry, postcolonial theories, and cyberfeminism. This allows her to give rise to distinct spaces of experimentation where she researches emancipatory discourses and healing processes. 

Oscar Formacio (*Mexico, 1989) lives and works in Mexico, is an artist and cultural manager. His work, based on his daily life and family history, critically addresses socio-political and economic issues, with particular emphasis on the concepts of territory and memory. Oscar’s works have been exhibited in several cities in Mexico, as well as in exhibitions and festivals in Spain, Italy, Russia, Peru, and Germany.

Carlos Lara (*Mexico, 1994) is a multidisciplinary artist. He graduated in visual arts from the University of Monterrey (UDEM), studied photography at the Alfa Horus school, and etching, drawing, and painting at the Adolfo Prieto School. His work explores the different symbolic values related to the processes of industrial modernization, on which the identity is built. In particular, he analyzes the process of civilization understood as a reflection of the culture of work, as a vehicle for progress, the capitalization of leisure, and forced displacement at the mercy of modernization.

Opening: June 11, 2021, 6:00-10:30 pm

❕Note❕: the vernissage will take place in compliance with the precautionary covid-19 measures. Attendance is regulated and a mask and respect for distances are required.

The exhibition is open until July 10, 2021

Opening hours: Friday – Sunday 3-7 pm

and by appointment: direzione@larada.ch / +41789088262

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la rada

Via della Morettina 2, 6600 Locarno

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Mostra realizzata con il contributo di: Migros Ticino e Pro Helvetia Nuove Leve

L’esposizione  è parte di Glob0, programma espositivo de la rada 2021. Il programma annuale ha il sostegno di: Municipio di Locarno, Repubblica e Cantone Ticino, Migros Kulturprozent. Si ringrazia in particolare Michele Tognetti per il costante supporto.

Exhibition realized with the contribution of: Migros Ticino and Pro Helvetia Nuove Leve

The exhibition is part of Glob0, la rada’s 2021 exhibition program. The yearly program has the support of: Municipio di Locarno, Repubblica e Cantone Ticino, Migros Kulturprozent. We would like to especially thank Michele Tognetti for his consistent support.

(scroll down for the English text)

Mostra personale di 𝐏𝐢𝐫𝐢𝐭𝐭𝐚 𝐌𝐚𝐫𝐭𝐢𝐤𝐚𝐢𝐧𝐞𝐧
02.05 – 29.05.2021
a cura di Nadia Bensbih

Lo sguardo di Piritta Martikainen introduce al mistero che avvolge la natura; sull’esile soglia tra sogno e realtà tangibile è condotto chi guarda le fotografie e i video presentati a la rada. L’artista porta ad ulteriore
compimento le ricerche che hanno contraddistinto sino ad ora la sua poetica: l’ancestrale rapporto tra uomo e natura, incarnata, quest’ultima, dalle terre scandinave e da quelle ticinesi. Il mondo che ci restituisce qui
raggiunge inediti effetti di onirismo: Martikainen sconfina nella visione più marcatamente sognante, nella rêverie.
I lavori – realizzati tra il 2020 e il 2021 con rare eccezioni – hanno visto la luce durante passeggiate solitarie, fatte nello spirito di una flâneuse dei tempi moderni. Il termine flâneuse associato alla pratica della fotografa non appare fuori luogo, soprattutto se si considera il suo approccio, basato sull’osservazione profonda e sull’autentico godimento estetico di colore, di luce e di forme; ma qui il paesaggio naturale si sostituisce a quello cittadino. Inoltre, la fotografa non parte da idee preconcette, piuttosto si lascia trascinare in un viaggio intimo e solitario,
in un flusso interiore di immagini poetiche alimentate da stupore e meraviglia, che trovano poi riscontro nelle fotografie. La maggior parte dei lavori qui presentati sono nati nel clima di grande incertezza legato alla pandemia. In questo contesto ci siamo visti costretti ad accogliere la solitudine nelle sue svariate forme, e la natura più che mai ha rappresentato un luogo di fuga. I paesaggi di Martikainen rimandano allora ad una sorta di locus amoenus: un ambiente di rifugio, idilliaco e incontaminato, fuori dal mondo e dal tempo. In quest’ottica, essi si caricano di nuove valenze e offrono spunti di riflessione ulteriori in merito, ad esempio, ai dibattiti inerenti allo scombussolamento delle abitudini di vita che hanno caratterizzato gli ultimi tempi.
Il mito della forza della natura che affascina e intimorisce, insito in alcuni lavori, ricorda i sentimenti dei pittori romantici a cavallo tra Sette e Ottocento. Pure la sacralità del paesaggio romantico offre parallelismi di
rilievo: nel “Monaco in riva al mare” di Caspar David Friedrich, ad esempio, l’infinito coincide con il sacro. Alcuni lavori di Martikainen – come “Uhripuu (L’albero del sacrificio)” – focalizzano l’attenzione sulla dimensione sacrale di antiche credenze e pratiche proprie al folclore scandinavo, legate al culto della natura. Nei video l’artista sperimenta le possibilità espressive di materiali riflettenti, come lastre di rame o plastica, e ancora lenti apposite. Con tali strumenti si raggiungono effetti di distorsione e alterazione che esaltano la componente magica e
fiabesca. Nel video “Visioita (Visioni)” Martikainen evidenzia il pulsare del cosmo mediante l’impiego di musiche elettroniche dell’artista sonora siberiana e residente a Ginevra Olga Kokcharova, e attraverso immagini che
rimandano alla complessità della natura, sintetizzata nei suoi elementi primigeni: terra, acqua, aria e fuoco. Nel video sono integrate parti che l’artista aveva creato per la pièce teatrale “Macbeth, le cose nascoste”.
La scelta di unirle al lavoro è dettata dalla volontà di marcare la corrispondenza tra natura e condizione umana, divisa tra ombra e luce. Nel susseguirsi metamorfico della pluralità dei volti della natura, lo
sguardo si fa a tratti quasi allucinato, rivelando i lati più inquieti e inquietanti dell’animo umano: il sangue nel candore di un manto innevato si trasforma in una macchia di Rorschach, l’abbaiare di un cane
suggerisce presenze fantasmatiche, mentre il ronzio incessante di sottofondo introduce una tensione che lascia presagire risvolti affatto idilliaci.


Piritta Martikainen
Finlandese di nascita, svizzera di adozione, fotografa, videoartista, insegna materie artistiche presso il CSIA/SCA. Si laurea in Finlandia in Arti visive, e prosegue gli studi presso l’Accademia di Belle Arti di Vienna.
Dal 2000 partecipa ad esposizioni in Svizzera e all’estero (MAK, Vienna; Kaapelitehdas, Helsinki; FotoGrafia Festival internazionale di Roma; Substitut, Berlino; Villa Dutoit, Ginevra; 8a Biennale dell’immagine, Chiasso). Al 2013 risale la mostra personale al Museo Cantonale d’Arte di Lugano; nel 2018 espone al Max Frisch Bad, Freibad Letzigraben di Zurigo. Nel 2020 le sue fotografie e video fanno parte dello spettacolo teatrale presso il LAC “Macbeth, le cose nascoste” per la regia di Carmelo Rifici; nel 2020 presso Casa Pessina ha luogo la mostra personale “Vedelle”.

L’esposizione “Rêverie. Metamorfosi della visione” è parte di Glob0, programma espositivo de la
rada 2021. Con il sostegno di: Municipio di Locarno, Repubblica e Cantone Ticino, Migros Kulturprozent,
Percento culturale Migros Ticino. Si ringrazia in particolare Michele Tognetti per il costante supporto.

Vernissage: Sabato, 01.05.2021, 18:00 – 21:00

Durata esposizione: dal 1/5/21 al 29/5/21

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Solo show of 𝐏𝐢𝐫𝐢𝐭𝐭𝐚 𝐌𝐚𝐫𝐭𝐢𝐤𝐚𝐢𝐧𝐞𝐧

Curated by Nadia Bensbih

02.05 – 29.05.2021

Piritta Martikainen’s gaze introduces us to the mystery that surrounds nature; the viewer is led to the thin threshold between dream and tangible reality by the photographs and videos presented at la rada. The artist brings to a further completion the research that has characterized her poetics up to now: the ancestral relationship between mankind and nature, embodied by the Scandinavian lands and those of Ticino. The world that she shows us here reaches new effects of oneiricism: Martikainen crosses over into the most markedly dreamy vision, into rêverie.The works – realized with rare exceptions between 2020 and 2021 – are captured during solitary walks, made in the spirit of a modern-day flâneuse. The term flâneuse associated with the photographer’s practice does not seem out of place, especially considering her approach, based on deep observation and authentic aesthetic enjoyment of color, light and form; but here the natural landscape is substituted for the cityscape. Moreover, the photographer does not start from preconceived ideas, but rather allows herself to be drawn into an intimate and solitary journey, into an inner flow of poetic images fueled by awe and wonder, which are then reflected in the photographs. Most of the works presented here were born in the climate of great uncertainty related to the pandemic. In this context we were and still we are all forced to embrace solitude in its various forms, and nature more than ever represented a place of escape. Martikainen’s landscapes refer to a sort of locus amoenus: a refuge, idyllic and uncontaminated, out of the world and out of time. From this point of view, they are charged with new values and offer further food for thought regarding, for example, the debates related to the disruption of life’s habits that have characterized recent times. The myth of the fascinating and frightening force of nature, inherent in some of the works, recalls the feelings of the Romantic painters at the turn of the 18th and 19th centuries. Also the sacredness of the Romantic landscape offers important parallels: in Caspar David Friedrich’s “Monk by the Sea”, for instance, the infinite coincides with the sacred. Some of Martikainen’s works – such as “Uhripuu (Tree of Sacrifice)” – draw attention to the sacred dimension of ancient beliefs and practices of Scandinavian folklore, linked to the cult of nature. In the videos, the artist experiments with the expressive possibilities of reflective materials, such as copper or plastic plates, and special lenses. With these instruments she achieves effects of distortion and alteration that exalt the magical and fairy-tale component. In the video “Visioita (Visions)” Martikainen highlights the pulsing of the cosmos through the use of electronic music by Siberian sound artist based in Geneva Olga Kokcharova, and through images that refer to the complexity of nature synthesized in its primordial elements: earth, water, air and fire. In the video are integrated parts that the artist had created for the play “Macbeth, le cose nascoste”. The choice to include them to the work is dictated by the desire to mark the correspondence between nature and the human condition, divided between shadow and light. In the metamorphic succession of the plurality of nature’s faces, the gaze becomes at times almost hallucinating, revealing the most restless and disturbing sides of the human soul: the blood on the whiteness of a snowy mantle is transformed into a stain of Rorschach, a barking of a dog suggests ghostly presences, while the incessant buzzing in the background introduces a tension that lets us presage implications not at all idyllic.

Piritta Martikainen

Born in Finland, living in Switzerland, photographer, video artist, teaches art subjects at CSIA/SCA. She graduated in Visual Arts in Finland and continued her studies at the Academy of Fine Arts in Vienna. Since 2000 she has participated in exhibitions in Switzerland and abroad (MAK, Vienna; Kaapelitehdas, Helsinki; FotoGrafia Festival internazionale di Roma; Substitut, Berlin; Villa Dutoit, Geneva; 8th Biennale dell’immagine, Chiasso). The solo exhibition at the Museo Cantonale d’Arte in Lugano dates back to 2013; in 2018 she exhibits at the Max Frisch Bad, Freibad Letzigraben in Zürich. In 2020 her photographs and videos are part of the theatrical pièce at the LAC “Macbeth, le cose nascoste” directed by Carmelo Rifici; in 2020 at Casa Pessina takes place the personal exhibition “Vedelle”. The exhibition “Rêverie. Metamorfosi della visione” is part of Glob0, la rada’s 2021 exhibition program. With the support of: Municipio di Locarno, Repubblica e Cantone Ticino, Migros Kulturprozent, Percento culturale Migros Ticino. We would like to especially thank Michele Tognetti for his consistent support.

Vernissage: Saturday 1st, 6 – 9pm

Duration of exhibition: 1 – 29 May, 2021

(scroll down for the english text)

Il programma espositivo de la rada dell’anno in corso è intitolato Glob0 (Globzero). Si tratta di una serie di 6 esposizioni, di respiro internazionale, che mettono in relazione il locale con il globale. Glob0, mette a fuoco una vasta gamma di argomenti nel contesto dello stato attuale del mondo, riflettendo le sfide e le complessità del nostro tempo. Il titolo Glob0, è una fusione di globale e zero, a indicare l’urgenza di ricominciare da capo. A causa dei recenti cambiamenti sociali ed economici, così come dei progressi della tecnologia dell’informazione, la nostra condizione globale è interconnessa a un livello molto avanzato, consentendo ai cittadini del mondo di considerare una gamma più ampia di prospettive e domande poste da questa nuova realtà. Da maggio a fine anno verranno presentati 6 progetti distinti.  Caratterizzati dalla loro specificità e dalla loro portata globale, e legati dal filo conduttore di un ampio scambio umano, essi rappresentano una pluralità di riflessioni sulla vita contemporanea e sulle sue dinamiche.

Il lancio di Glob0 coincide con l’inaugurazione della nuova direzione collettiva de la rada, composta da curatori e artisti. Descrive i diversi interessi e portata dei partecipanti e il loro desiderio di collegare il locale con il mondo intero. Il nuovo team ritiene che la chiave della conoscenza risieda in una visione pluriprospettica e che uno spazio indipendente abbia la caratteristica di riunire una comunità in uno scambio fluido e stimolante di idee, tendenze e competenze. 

Le attività de la rada sono supportate da Municipio di Locarno, Repubblica e Cantone Ticino, Migros Kulturprozent, Migros Ticino, Pro Helvetia Nuove Leve, Fondo Culturale Sud e Guggenheim Stiftung. Vorremmo ringraziare in particolare Michele Tognetti per il suo costante supporto. 

GLOB0, PROGRAMMA ESPOSITIVO LA RADA 2021

1- Piritta Martikainen

Rêverie. Metamorfosi della visione

Dal 1/5/21 al 29/5/21, Curata da Nadia Bensbih

Nei video e fotografie dell’artista finlandese trapiantata in Ticino, il paesaggio naturale scandinavo e quello ticinese si fondono in visioni dal carattere ora immediato ora onirico. La metamorfosi del volto della natura rivela la magia e lo stupore di cui si fa portavoce l’artista.

2- Oscar Formacio, Byron Gago, Carlos Lara, Fatima Wegmann

Deriva Continental (una storia di abbandono)

Dal 11/6/21 al 10/7/2, Curata da Nina Fiocco e Tommaso Gatti

Con la storia coloniale dell’America Latina come punto di partenza, questa mostra indaga i retroscena delle condizioni attuali che affliggono la regione e, in una portata più ampia, il nostro mondo. Le riflessioni degli artisti diventano materiale per lavori artistici che affrontano questioni di disuguaglianza, estrattivismo delle risorse, economie egemoniche e altri dibattiti postcoloniali

3- Hanna Hildebrand

Omega Transit

Dal 4/8/21 al 4/9/21, Curata da Riccardo Lisi

Un film di fantascienza sperimentale che ha come punto di partenza la partecipazione di persone che hanno vissuto la migrazione e si stanno attualmente integrando in Svizzera. Il progetto opera su molti livelli: come visione individuale di un artista, come sforzo collaborativo, come commento sociale, come esercizio pratico di narrazione con un gruppo di viaggiatori che affrontano nuove sfide in una nuova terra. 

4- Andrea Bordoli, Andrés Baron, Jeannette Muñoz, Taiyo Onorato & Nico Krebs, Ben Rivers

Persistenze

Dal 18/9/21 al 16/10/21, Curata da Jessica Macor e Yimei Zhang

Persistenze è un’esposizione di film d’artista realizzati in pellicola 16mm, un formato instabile e soggetto alla decomposizione. Dall’estetica delle rovine all’approccio stratificato della storia, dalla meditazione sulla distruzione al trompe l’oeil, le opere esposte propongono una riflessione sulle possibilità di percezione dello scorrimento temporale attraverso l’osservazione dei cambiamenti di luoghi e paesaggi.

5- Alex Crettenand, Joanna Selinger & Mayar El Bakry

Soundata

Dal 29/10/21 al 27/11/21, Curata da Zaira Oram

Questa è una tappa di un largo esperimento di comunicazione e diffusione, che supera i confini fisici e materiali: un museo del suono su un sito web. Il museo si manifesta negli spazi, e nello specifico in questo capitolo saranno presentate due opere sonore che si relazionano a scienza e natura.

6- Alessio Binda, Lucas Herzig, Xiao Longhua, Lvya, Nicolas Polli, Gabriel Stöckli, Vera Trachsel, Gong Yuwei

Eutropia

Dal 10/12/21 al 8/1/22, Curata da Carolina Sanchez e Yimei Zhang

Un gruppo di giovani artisti svizzeri i esplora uno dei luoghi più ferventi del momento, la Cina, per poi tornare insieme ad alcuni giovani artisti cinesi per presentare al pubblico attraverso una extravaganza multimediale le loro scoperte condivise.

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ENGLISH TEXT:

The current year’s exhibition program of la rada is titled Glob0 (Globzero). It is a series of 6 exhibitions, with an international scope, relating the local to the global.  Glob0, brings into focus a wide range of topics in the context of the world’s current state, reflecting the challenges and complexities of our time. The title Glob0, is a portmanteau of global and zero, indicating the urgent need to start anew. Due to recent social and economic changes, as well as advanced information technology, our global condition is interconnected at a highly advanced level, allowing citizens of the world to consider a wider range of perspectives and questions posed by this new reality. From May until the end of the year, 6 distinct projects will be presented. Characterized by their differences and their global reach, and bound by a common thread of broad human exchange, they represent a plurality of reflections on contemporary life and its dynamics.

The launch of Glob0 coincides with the inauguration of the new collective directorship at la rada, composed of curators and artists. It lays out the diverse interests and reach of the participants and their desire to connect the local area with the greater world. The new team believes that the key to knowledge resides in a poly-perspective vision and that an independent space has the characteristic of bringing together a community in a fluid and stimulating exchange of ideas, trends and skills.

The activities of la rada are supported by Municipio di Locarno, Repubblica e Cantone Ticino, Migros Ticino, Migros Ticino, Pro Helvetia Nuove Leve program, Fondo Culturale Sud e Guggenheim Stiftung. We would like to especially thank Michele Tognetti for his consistent support.

GLOB0, EXHIBITION PROGRAM LA RADA 2021

1- Piritta Martikainen

Rêverie. Metamorfosi della visione

From 1/5/21 to 29/5/21, Curated by Nadia Bensbih

In the videos and photographs of the Finnish artist transplanted to Ticino, the Scandinavian and the Ticinese natural landscapes merge into visions with an immediate and dreamlike character. The metamorphosis of the face of nature reveals the magic and amazement of which the artist is spokesperson.

2- Oscar Formacio, Byron Gago, Carlos Lara, Fatima Wegmann

Deriva Continental (una storia di abbandono)

From 11/6/21 to 10/7/21, Curated by Nina Fiocco and Tommaso Gatti

With Latin America colonial history as its starting point, this exhibition investigates the background to current conditions which plague the region and in a wider scope, our world. The artist’s reflections then become the material for various works of art that address issues of inequity, resource extractivism, hegemonic economies and other postcolonial debates.

3- Hanna Hildebrand

Omega Transit

From 4/8/21 to 4/9/21, Curated by Riccardo Lisi

An experimental science fiction that has as a starting point, the participation of people who have experienced migration, and are currently integrating in Switzerland. The project operates on many levels: as an individual artist’s vision, as a collaborative effort, as social commentary, as a practical exercise of storytelling with a group of travelers facing challenges in a new land.

4- Andrea Bordoli, Andrés Baron, Jeannette Muñoz, Taiyo Onorato & Nico Krebs, Ben Rivers

Persistenze

From 18/9/21 to 16/10/21, Curated by Jessica Macor and Yimei Zhang

Persistenze focuses on artist films made in 16mm, a format known for its fragility and decaying properties. From the aesthetic of the ruins to a stratified approach of History, from the meditation on destruction to the trompe l’oeil, the exposed artworks reflect on the possibility of the perception of the passing of time through the observation of the changes undergone by specific places and landscapes.

5- Alex Crettenand, Joanna Selinger & Mayar El Bakry

Soundata

From 29/10/21 to 27/11/21, Curated by Zaira Oram

This is a single stage of a large experiment of communication and diffusion, which goes beyond physical and material boundaries: a sound museum on a website.  The museum manifests in spaces, and specifically in this chapter, there will be two sound works presented which relate to science and nature.

6- Alessio Binda, Lucas Herzig, Xiao Longhua, Lvya, Nicolas Polli, Gabriel Stöckli, Vera Trachsel, Gong Yuwei

Eutropia

From 10/12/21 to 8/1/22, Curated by Carolina Sanchez and Yimei Zhang

A group of curious young Swiss artists explores one of the most fervent places at the moment, China, and then returns together with young Chinese artists colleagues to present their shared discoveries to the public through a multimedia extravaganza.

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Con il sostegno di: / Supported by:

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Stefano Jermini, Gianni Miraglia, Chloé Simonin & Margot Lançon, Valentina Stäheli, Laura Alex Stepanova
curated by: Riccardo Lisi e Chiara Ottavi

@la rada, via della morettina 2, locarno

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Vernissage: sabato 3 ottobre, ore 18 con performance dal vivo di Gianni Miraglia con Geppi Cuscito alle ore 19

Finissage: sabato 31 ottobre, ore 18 con performance dal vivo di Chiara Ottavi

Il rapidissimo sviluppo delle nuove tecnologie nella comunicazione ha influito in modo evidente sui nostri comportamenti espressivi e sulla relazione con l’altro. In ambito artistico i ruoli che la tecnologia assume oggi sono variegati, diversi ma complementari allo stesso tempo: essa è sia mezzo di produzione che di diffusione di vere e proprie opere, con modalità che vedono connessi creatore e fruitore in un rapporto diretto, “uno a uno”, trovando spesso saltata la consueta mediazione di galleristi, curatori e istituzioni. L’individuo, così posto apertamente al cospetto del villaggio globale, sovente impiega questo mezzo espressivo come intimo operatore di autoanalisi, facendo emergere da esso una narrazione complessa e a volte ombrosa, dove sembrano sussistere più layers, con piani narrativi velati e seminascosti. Da ciò consegue il fatto che allo spettatore l’esito e l’autore possano sembrare assai differenti da come essi appaiono nella vita analogica. Tanto più marcato, questo aspetto, scaturisce dall’avvento dei social network, la cui rapida evoluzione, al momento, sembra indirizzata verso una focalizzazione dell’immagine del sé. Ma da parte degli artisti questo viene declinato in modo assai differente e, quasi sempre, le immagini diventano esse stesse storie e opere. Ed è proprio questo il punto di partenza del progetto ideato da Riccardo Lisi assieme alla giovane performer e curatrice ticinese Chiara Ottavi.

Il titolo I, novel è una rilettura del termine inglese con cui viene definito un genere letterario nipponico – 私小説, Shishōsetsu – che a inizio ‘900 modernizzò il rapporto tra scrittore e lettore, superando formalismi classici e portando nei romanzi elementi, anche oscuri, della vita intima dell’autore. I due curatori hanno rilevato singolari similarità tra approcci e poetiche espressive attuali e quelle dell’epoca ricca di stravolgimenti precedente e successiva la Prima Guerra Mondiale. In questa esposizione hanno volutamente scelto di mostrare autori e strategie espressive visibili quasi solamente sui social – in particolar modo Instagram – e che non appaiono in modo consueto nelle gallerie e negli spazi espositivi d’arte contemporanea.

Laura “Alex” Stepanova (1993) è una delle figure più interessanti del disegno illustrativo in Ticino, da lei realizzato di norma con strumenti digitali; nel suo lavoro sono presenti forti riferimenti alla grafica 8-bit, un luogo del cuore di varie generazioni, anche precedenti alla sua. Le opere di Laura Alex riescono in modo molto personale a vivere una vita propria su carta e su tessuto, grazie soprattutto alla sua abilità nel restare in perfetto equilibrio tra la consueta illustrazione a commento di pubblicazioni e la street art, andando a occupare così con le sue opere uno spazio interessante situato tra due generi differenti.

Il percorso della vita di Gianni Miraglia (1965) è multiforme e negli ultimi anni viene sempre più mostrato digitalmente tramite i social network. Nasce professionalmente come copywriter pubblicitario ma rapidamente diventa scrittore, performer e artista visivo. In quest’ultimo campo ha inventato una tecnica di “dito-disegno” sullo schermo dell’iPhone, senza impiego di software specifici, producendo tramite essa immagini fortemente comunicative che riuniscono figurazioni, colori, concept e protagonisti dell’intero universo pop. È da se stesso, corpo e anima, però, che egli parte sempre per creare le sue opere e le sue performances, di cui una live (dal titolo Instant Shaman in collaborazione col musicista milanese Geppi Cuscito) sarà visibile durante la sera del vernissage della mostra alla rada il 3 ottobre.

La fotografia di Valentina Stäheli (1989) è prettamente digitale e vive soprattutto su Instagram, intenzionalmente mostrata per l’occasione su una serie di grandi flat screen alla rada. A proposito di questa serie di immagini, tutte verticali – orientamento caratteristico della ripresa odierna – Stäheli scrive “Viviamo in una società in cui ognuno è un voyeur attraverso lo scorrimento di uno schermo. Tutte le foto sono state scattate con un iPhone, il principale dispositivo che utilizziamo ogni giorno per il nostro cyber voyeurismo. Dal buio e dagli effetti di luce dell’ambiente circostante alla luce e alle singole parti del corpo, il nostro viaggio si conclude con la persona che si ricompone”.

Stefano Jermini (1961), dalla lunga esperienza nel campo dell’arte e delle esposizioni (ha creato e diretto negli anni ‘90 uno spazio indipendente in Romandia), opera con svariate tecniche ed esplora da anni l’ambito digitale, dedicandosi però recentemente alla riflessione e all’utilizzo della tecnica dell’acquarello, eseguito in modo libero, informale e rapido. Interessante nei suoi ritratti (frequentemente dei veri e propri acquarelli-selfie) è che essi riescano a mantenere l’afflato concettuale di una ricerca decennale e man mano attualizzata. Dopo Davide Cascio, la rada ospita nuovamente l’atteso ritorno in mostra di uno dei protagonisti della scena artistica cantonale.

Nel caso delle giovani artiste romande Chloé Simonin e Margot Lançon (1994, 1989), le nuove tecnologie vengono impiegate nella loro installazione video in modo creativo e innovativo con semplice genialità. Un loro filmato girato nei sobborghi di Atene mostra in modo singolare dei giovani che si muovono tra antiche rovine architettoniche e detriti recenti, il tutto proiettato su un paesaggio composto da teli quasi fluttuanti e da diversi schermi. Questo progetto nasce all’interno della loro scuola, la HEAD di Ginevra, ed è stato selezionato dalla rada nel suo compito abituale di scouting nella scena emergente svizzera.

Questa esposizione è parte del programma The House Trap, dedicato alla giovane arte svizzera e supportato da Pro Helvetia.

Essa si aprirà sabato 3 ottobre alle 18, con alle 19 la performance di Gianni Miraglia con il musicista Geppi Cuscito, e durerà fino a sabato 31 ottobre, quando alle 18 si svolgerà il finissage con la performance della co-curatrice Chiara Ottavi (1995).

L’ingresso è libero, dal giovedì al sabato, dalle ore 15 alle 19.

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The very rapid development of new communication technologies has clearly influenced our expressive behaviour. Technology takes on different and complementary roles: it is both a means of production of artworks and their diffusion, in an “one to one” relationship with a wide and heterogeneous audience, often skipping the mediation of galleries, curators and institutions.

The individual, so apparently placed in front of the global village, often employs the expressive medium as an intimate operator of self-analysis, bringing out from it a complex and sometimes shady narrative, where several layers seem to exist, with veiled and half-hidden narrative planes. From this follows the fact that to the spectator the outcome and the author may seem very different from how they appear in analogical life. All the more marked, this aspect springs from the advent of social networks, whose rapid evolution at the moment seems to be directed towards a focusing on the self-image. But on the artists’ side this is declined in a very different way and, almost always, the images are also those of their own works. This was the starting point of the project, conceived by Riccardo Lisi together with the young Ticino performer and curator Chiara Ottavi.

The title I, novel is a re-reading of the English term used to define a Japanese literary genre – 私小説, Shishōsetsu – which at the beginning of the 20th century modernised the relationship between writer and reader, overcoming classical formalisms and bringing elements, even obscure ones, of the author’s intimate life into the novels. The curators have noted strange similarities between current approaches and poetics and those of a century ago, of that period full of upheavals before and after the First World War. In this exhibition they have deliberately chosen to show authors and expressive strategies that are visible almost only on social – especially instagram – and that do not appear in the usual way in contemporary art galleries and exhibition spaces.

Laura “Alex” Stepanova (1993) is one of the most interesting authors of illustrative drawing in Ticino, usually made by her with digital tools, in which she shows references to 8-bit graphics, a place in the heart of several generations, even before hers.

Laura Alex’s works manage in a very personal way to live a life of their own on paper and fabric, but strongly related both to the usual illustration as a commentary on publications and to street art, thus occupying an interesting field also because it’s situated between different genres.

The path of Gianni Miraglia‘s life (1965) is multifaceted but in recent years always shown digitally through social networks. He was born professionally as an advertising copywriter but quickly became a writer, performer and visual artist. In this last field he invented a technique of “finger-drawing” on the iPhone screen, without using specific software. With it he produces highly communicative images that bring together figures, colours, concepts and protagonists of the entire pop universe. But he always starts from himself, body and soul, as for example in the performance Instant Shaman that he will realize for the first time at la rada on Saturday evening 3rd live together with the musician Geppi Cuscito, from Milan as Miraglia.

The photography of Valentina Stäheli (1989) is purely digital and lives mainly on Instagram, but at la rada it is rendered on a series of large flat screens. About this series of images, all vertical – a characteristic orientation of today’s shooting – Stäheli wrote “We live in a society where everyone is a voyeur through a screen scrolling. All the pictures have been taken with an iPhone, the main device that we use everyday for our cyber voyeurism. From the dark and the lights effects of the surroundings to the light and the partial body parts, our journey ends with the person that will recompose itself”.

Stefano Jermini (1961), with his long experience in the field of art and exhibitions (he created and directed an independent space in French-speaking countries in the 1990s), works with various techniques and has been exploring the digital field for years, but has recently given himself to the reflection and use of the watercolour technique, performed in a free, informal and quick way. It is interesting that his portraits (often real watercolour-self portraits) maintain the conceptual afflatus of decades of research and gradually updated. After Davide Cascio, la rada again hosts the long-awaited return in Ticino to the exhibition of one of the protagonists of its art scene.

In the case of the young Genevan artists Chloé Simonin and Margot Lançon (1994, 1989), new technologies are used creatively and innovatively with simple brilliance. One of their films, shot in the suburbs of Athens, uniquely shows young people moving among ancient architectural ruins and recent debris, all projected onto a landscape made up of almost floating sheets and several screens. It is a project born within their school, HEAD, Geneva, selected from la rada in its usual task of scouting the emerging Swiss scene.

This exhibition is part of The House Trap programme, dedicated to emerging Swiss artists and supported by Pro Helvetia.

It will open on Saturday 3 October at 6 pm with a performance by Gianni Miraglia with the musician Geppi Cuscito at 7 pm, and will last until Saturday 31 October, when at 6 pm there will be a finissage with a performance by the co-curator Chiara Ottavi (1995).

Entrance is free; from Thursday to Saturday, from 3 pm to 7 pm.

a film and exhibition by Nicolas Cilins with Dustin Đức Thịnh Dương

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Nicolas Cilins (*1985) è un artista concettuale di Ginevra che realizza video e installazioni. Molte delle sue opere sono collaborative. Egli impegna le persone e le comunità a collaborare e a coinvolgere altre persone nel processo creativo. Sia che si tratti di chiamare maghi africani, prostitute Rom o rifugiati in giro per l’Europa, il risultato di queste collaborazioni, con la sua radicata ironia, sembra sfidare i cliché e l’individuo, esaminando il particolare in tutto il continente europeo e non solo.

Per la sua mostra personale intitolata Cách Mình Đi Bộ, una frase vietnamita che si traduce in “The Way We Walk”, Nicolas Cilins ha lavorato con il suo co-cospiratore Dustin Đức Thịnh Dương, un giovane australiano di origine vietnamita. Insieme si sono recati in Vietnam, dove Dương non tornava da oltre dieci anni, per esplorare la distanza tra la sua fantasia della patria e le molteplici realtà di una nazione in via di sviluppo. Qui Dương ha ritrovato la sua complessa famiglia e la sua storia. I parenti gli hanno fatto notare che non cammina come un vietnamita, fornendo esempi alle loro osservazioni. È da questa discussione che è nata la domanda assurda: i vietnamiti camminano davvero in modo diverso? Questa “domanda di ricerca” divenne scopo e termine di riferimento del progetto, permettendo alla coppia di sondare la zona grigia tra scienza, cultura ed etnografia.

Cilins e Dương hanno ordinato dalla Cina un tapis-roulant pieghevole, su cui la famiglia di Dương e i passanti sono stati invitati a camminare e a rispondere alle domande. Le discussioni sul camminare e sulle differenze culturali infittiscono man mano le trame di una narrazione spontanea e controversa, portando ad affiorare rivelazioni sulla storia della famiglia di Dương, dialoghi sulla politica vietnamita, sull’identità collettiva e sulla epistemologia nazionale. La tentazione per gli interlocutori di allontanarsi dal proposito pseudo-scientifico di rispondere all’incongrua domanda da cui scaturiva il progetto era troppo forte: in Vietnam è spesso vietato parlare in modo esplicito di temi politici, come in Cina. Eppure, la macchina ha iniziato a funzionare come un archivio ufficiale, tirando fuori e registrando le confidenze individuali all’interno di un Paese i cui cittadini di solito si sottraggono a discorsi espliciti e critici. Il risultato sono divulgazioni schiette e franche sia dal punto di vista personale che ideologico, sottolineate dall’apparato della macchina per camminare, un dispositivo cinematografico, mentre compie il suo laborioso viaggio di ricerca filmica nel Vietnam del Sud.

Presentata come videoinstallazione, Cách Mình Đi Bộ è un’opera che mette in discussione la nostra percezione dello status quo politico e il nostro sguardo, richiamando molteplici realtà come atti di dissenso e trasparenza. La narrazione si alterna tra le interviste, il trasporto della macchina e il camminare delle persone: i loro piedi, il loro passo, il modo in cui camminano. L’opera segue inizialmente il percorso della ricerca scientifica, ma non può sfuggire alle questioni intrinseche della cultura, dell’etnometodologia e della deriva aneddotica. Il lavoro video si svolge su due schermi, creando una doppia visione inquietante e non sincrona che ci costringe a confrontarci con la nostra stessa tolleranza alla violenza epistemica e culturale, e che richiama anche l’attenzione sulla distinta prossimità del lavoro di Cilins e sulla sua stessa relazione con i partecipanti.

Quest’esposizione è parte di The House Trap, programma espositivo della rada incentrato su artisti svizzeri emergenti, curato da Riccardo Lisi e supportato da Pro Helvetia. Questo film e questa esposizione sono supportati da FCAC République et Canton de Genève, Stanley Johnson Stiftung, Literarisches Colloquium Berlin e Robert Bosch Stiftung.

opening: venerdì 7 agosto, h 18
8 agosto-12 settembre 2020: aperto gio.-sab., h 15-19 e su appuntamento, ingresso libero

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Nicolas Cilins (*1985) is a conceptual, video and installation artist from Geneva. Much of Cilins’ work is collaborative. He engages people and communities to cooperate and participate in the creative process. Whether it is calling upon African magicians, Romani prostitutes, or refugees around Europe, the result of these collaborations, with its embedded irony, seems to challenge clichés and the individual, scrutinising the particular across the European continent and beyond.

For his solo show titled Cách Mình Đi Bộ, a Vietnamese sentence that translates to “The Way We Walk”, Nicolas Cilins worked with his co-conspirator Dustin Đức Thịnh Dương, who is a young Australian man of Vietnamese descent. They travelled together to Vietnam where Dương hadn’t visited for over 10 years, in order to explore the distance between his fantasy of the motherland and the multiple realities of a developing nation. Relatives pointed out to Dương that he does not walk like a Vietnamese person, making justifications for their observations. It was from this discussion that the absurd question arose: do Vietnamese people really walk differently? This “research question” became the scope and terms of reference for the project, allowing the pair to probe into the grey area between science, culture, and ethnography.

Cilins and Dương ordered a foldable walking machine from China, on which Dương’s family and passers-by were asked to walk and answer questions. Discussions about walking and cultural differences gradually thicken and become entangled in spontaneous and controversial narratives, leading to revelations about the Dương family history, Vietnamese politics, collective identity, and national epistemology. The temptation for the interlocutors to deviate from the pseudo-scientific purpose of answering the incongruous and innocuous question that sparked the project was too strong: it’s often forbidden to talk explicitly about political issues in Vietnam, like it is in China. Yet, the machine started to function as a Hansard, drawing out and recording individual confidences within a country whose citizens usually shy away from explicit and critical speech. The result are candid and frank divulgences from both personal and ideological perspectives, underscored by the apparatus of the walking machine, a recording device, as it makes its laborious filmic research trip around South Vietnam.

Presented as a video installation, Cách Mình Đi Bộ is a work that questions our perception of the political status quo as well as our gaze, summoning upon multiple realities as acts of dissent and transparency. The narratives alternate between interviews, the transporting of the machine, and people walking: their feet, their pace, the way they walk. The piece initially follows the path of scientific research, but nevertheless it could not escape inherent questions of culture, ethnomethodology, and anecdotal reliance. The video work plays on two screens, creating a disturbing, non-synchronous double vision that forces us to confront our own toleration of epistemic and cultural violence, and that also draws attention to the distinct proxy-work of Cilins and his own relationships with the participants.

This show is part of The House Trap, an exhibition program at la rada focused on emerging Swiss artists, curated by Riccardo Lisi and supported by Pro Helvetia. This project is supported by FCAC République et Canton de Genève, Stanley Johnson Stiftung, Literarisches Colloquium Berlin and Robert Bosch Stiftung.

opening: Friday August 7th, 6pm
August 8th–September 12th 2020: open Thu-Sat, 3-7pm and on appointment, free entry

a project by Stephan Wittmer

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Venerdì 26 giugno alle 18 la rada, a Locarno, apre la nuova esposizione ospitando il progetto del curatore e artista lucernese Stephan Wittmer, che torna sul Verbano dopo la partecipazione al progetto collettivo «Kunsthalle?» e più volte presso OnArte.

Wittmer è il creatore della rivista _957 I.A.M. – cioè Independent Art Magazine – è l’esposizione nasce dall’intervento di ben cento artisti su altrettante copie della centesima edizione della rivista, che esce senza una periodicità fissa.

Il curatore ha risposto così alle domande poste da Tiziana Bonetti, di artlog.net:

Town-Ho: con questo titolo la _957 Independent Art Magazine festeggia il suo centesimo numero. L’espressione in lingua straniera con il trattino tra i due monosillabi non solo denota un vecchio grido nordamericano di caccia alle balene alla vista di questa enorme creatura marina. Anche la nave baleniera di Nantucket presente nella storia del romanzo di Herman Melville Moby Dick prende il suo nome. A bordo di questa nave fittizia ci sono due avversari che si spaccano la testa a vicenda: da un lato il marinaio Steelkit di Buffalo che si rifiuta di obbedire agli ordini e dall’altro il caparbio barcaiolo Radney. La storia della rissa con un esito sanguinoso riguarda la resistenza vincente contro chi è al potere.

Allo stesso modo, il capodoglio bianco Moby Dick racconta il tema politicamente esplosivo della rivolta: la parola inglese mob contenuta nel suo nome è un’allusione all’inquietante mobilità delle masse. Le forze in movimento sono anche il punto di partenza visivo per il prossimo numero di _957 Independent Art Magazine. In occasione dell’anniversario della pubblicazione del medium di nicchia curato dall’artista Stephan Wittmer, le masse turbolente non sono però formate da collettivi rivoluzionari, ma piuttosto da immagini trovate in rete ed elaborate digitalmente, che mostrano l’impetuosa fluttuazione dell’acqua. Sulla base di questo tema, che funge da modello, gli artisti partecipanti hanno creato nuove immagini di carattere indipendente attraverso interventi analogici nel materiale.

Con l’edizione Town-Ho, Wittmer si preoccupa meno del mare inquieto come metafora della resistenza e della ribellione, quanto delle possibilità formali ed estetiche di associazione e di design che il motivo offre per un ulteriore trattamento artistico. Così come l’ambientazione del mare aperto nel romanzo di Melville corre come un filo rosso attraverso le storie d’avventura, collega anche le pagine artisticamente disegnate del centesimo numero della rivista d’arte.

Alla rada il numero dell’anniversario viene presentato in un nuovo allestimento espositivo.

L’esposizione, che include opere di artisti sia internazionali che legati al Locarnese, sarà aperta tutti i giorni dalle 14 alle 19 e si concluderà già la sera di sabato 4 luglio.

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Am Freitag, den 26. Juni um 18 Uhr eröffnet la rada in Locarno die neue Ausstellung mit dem Projekt des Luzerner Kurators und Künstlers Stephan Wittmer, der nach seiner Teilnahme am kollektiven Projekt “Kunsthalle?” und mehreren OnArte-Aufenthalten ins Verbano-Gebiet zurückkehrt.
Wittmer ist der Schöpfer des Magazins _957 I.A.M. – d.h. Independent Art Magazine – die Ausstellung ist das Ergebnis der Intervention von bis zu hundert Künstlern an ebenso vielen Exemplaren der hundertsten Ausgabe des Magazins, die ohne feste Periodizität herauskommt.

Die Kuratorin beantwortete damit die Fragen von Tiziana Bonetti von artlog.net:
Town-Ho: Mit dieser Titelüberschrift feiert das _957 Independent Art Magazine seine hundertste Ausgabe. Der fremdsprachig klingende Ausdruck mit dem Bindestrich zwischen den beiden Einsilblern bezeichnet nicht nur einen alten nordamerikanischen Walfangschrei beim Anblick dieses riesigen Meeresbewohners. Auch das Nantucket-Walfangschiff in Herman Melvilles Binnengeschichte des Romans Moby Dick lautet auf diesen Namen. An Bord dieses fiktiven Schiffs befinden sich zwei Kontrahenten, die sich gegenseitig die Köpfe einschlagen: Zum einen der Befehle verweigernde Matrose Steelkit aus Buffalo und zum anderen der sture Bootsmann Radney. Die Raufereigeschichte mit blutigem Ausgang handelt vom erfolgreichen Widerstand gegen Machthaber.

Ähnlich kündet auch der weisse Pottwal Moby Dick vom politisch brisanten Thema der Revolte: Das in seinem Namen enthaltene englische Wort mob ist eine Anspielung auf die beunruhigende Mobilität von Massen. In Bewegung geratene Kräfte stellen auch den visuellen Ausgangspunkt der nächsten Ausgabe des _957 Independent Art Magazine dar. Anlässlich der Jubiläumspublikation des vom Künstler Stephan Wittmer herausgegebenen Nischenmediums werden die turbulenten Massen allerdings nicht von revolutionären Kollektiven gebildet, sondern von im Netz gefundenen und digital bearbeiteten Bildern, die ungestüm wogendes Wasser zeigen. Ausgehend von diesem als Vorlage dienenden Sujet haben die teilnehmenden Kunstschaffenden, durch analoge Eingriffe in das Material neue Bilder von eigenständigem Charakter geschaffen.
Mit der Ausgabe Town-Ho geht es Wittmer entsprechend weniger um das unruhige Meer als Metapher für Widerstand und Aufbegehren, als vielmehr um die formal-ästhetischen Assoziations- und Gestaltungsmöglichkeiten, die das Motiv zur weiteren künstlerischen Bearbeitung bereithält. So wie der Schauplatz der offenen See in Melvilles Roman die Abenteuergeschichten wie einen roten Faden durchzieht, verknüpft es auch die künstlerisch gestalteten Seiten der 100. Ausgabe der Kunstzeitschrift.

In la rada präsentiert sich die Jubiläumsausgabe in einem neuen Ausstellungsdisplay.
Die Ausstellung mit Werken von internationalen und Locarno-Künstlern ist täglich von 14.00 bis 19.00 Uhr geöffnet und endet am Samstagabend, dem 4. Juli.

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On Friday, 26 June at 6 pm la rada in Locarno will open the new exhibition with the project of the Lucerne curator and artist Stephan Wittmer, who is returning to the Verbano area after his participation in the collective project “Kunsthalle?” and several shows at OnArte.

Wittmer is the creator of the magazine _957 I.A.M. – i.e. Independent Art Magazine – the exhibition is the result of the intervention of up to one hundred artists on as many copies of the hundredth issue of the magazine, which is published without a fixed periodicity.

The curator so answered the questions of Tiziana Bonetti of artlog.net:

Town-Ho: With this title headline the _957 Independent Art Magazine celebrates its hundredth issue. The foreign-language-sounding expression with the hyphen between the two monosyllables not only denotes an old North American whaling cry at the sight of this gigantic sea creature. The Nantucket whaling ship in Herman Melville’s in the storyline of the novel Moby Dick also bears this name. On board this fictitious ship there are two opponents who bash each other’s heads in: on the one hand the sailor Steelkit from Buffalo who refuses to obey orders and on the other hand the stubborn boatman Radney. The scuffle story with a bloody outcome is about successful resistance against those in power.

Similarly, the white sperm whale Moby Dick tells of the politically explosive subject of the revolt: the English word mob contained in its name is an allusion to the unsettling mobility of the masses. Forces in motion are also the visual starting point for the next issue of the _957 Independent Art Magazine. On the occasion of the anniversary publication of the niche medium edited by the artist Stephan Wittmer, however, the turbulent masses are not formed by revolutionary collectives, but rather by images found on the net and digitally processed, showing impetuously billowing water. Based on this subject, which serves as a model, the participating artists have created new images of an independent character through analogue interventions in the material.

In the Town-Ho edition, Wittmer is less concerned with the restless sea as a metaphor for resistance and rebellion than with the formal-aesthetic possibilities of association and design that the motif offers for further artistic treatment. Just as the setting of the open sea in Melville’s novel runs like a red thread through the adventure stories, it also links the artistically designed pages of the 100th issue of the art magazine.

In la rada, the anniversary issue presents itself in a new exhibition display.

The exhibition, with works by international and Locarnese artists, is open daily from 2 p.m. to 7 p.m. and ends on Saturday evening, 4 July.

Naoki Fuku | Mathis Gasser | Séverine Heizmann | Maja Kitajewska | Mikolaj Malek | Malgorzata Mirga-Tas | Yoan Mudry | Marta Ravasi | Luca Rossi Dossi

curator: Elisa Rusca

(scroll down for the English text)

Nove artisti, quattro paesi diversi, un solo medium: la pittura. The Kids Aren’t Alright è una mostra di millennial, anche se per “millennial” non si intende solo la data anagrafica, ma un sentimento condiviso di instabilità, lutto per un futuro ormai morto, e rabbia repressa che trova conforto in stati d’animo alterati.
Era il 1998 quando la band punk rock californiana The Offspring pubblicò la canzone “The Kids Aren’t Alright”, il cui testo recita: “Quando eravamo ragazzini il futuro sembrava così luminoso” e poi “Possibilità sprecate / Niente è per niente / Pensando nostalgicamente a ciò che è stato / Ancora è difficile / Difficile da ammettere / Vite fragili, sogni infranti”.
Come descrivere meglio la cosiddetta generazione millennial? Quella che, nata dagli anni Ottanta fino alla fine degli anni Novanta, è ora una generazione che deve far fronte ad una crisi economica e climatica globale senza precedenti, alle prese con l’aumento dei problemi di salute mentale e l’esaurimento sociale dovuto all’ultimo giro di giostra del capitalismo. “È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”, afferma Slavoj Zizek, e infatti gli ultimi trent’anni sono stati un progressivo ciclo a spirale che ha cancellato speranze e sogni. Oltre il mondo nord-occidentale, la fine della cortina di ferro e la diffusione del mercato neoliberale nei paesi dell’Est non hanno portato ad uno scenario generazionale diverso: le conseguenze attuali sembrano infatti essere le stesse.
Non stiamo bene. Ci è stato promesso tutto, siamo diventati deliranti, eppure siamo accusati di essere avidi quando combattiamo per la nostra sopravvivenza, mentre sono anni che urliamo che qui qualcosa davvero non va. Ma nessuno ci ha ascoltato – lasciate che i bambini giochino, alla fine la smetteranno.
La mostra The Kids Aren’t Alright presenta opere di nove nuove posizioni nella pittura, urlando che non stiamo bene, che abbiamo bisogno di una cura, ma che siamo troppo stanchi per cercarla.

la rada
via della Morettina 2, Locarno
giovedì-sabato, ore 14 – 19
e su appuntamento (riccardo.lisi@larada.ch)

ARTISTI

Naoki Fuku
Nato a Tokyo nel 1978, vive e lavora a Basilea. Lavorando attraverso i media, studia le condizioni sociali, politiche, culturali e umane sia in modo sistematico che poetico, invitando lo spettatore a muoversi in uno spazio di speculazione. Le opere di Naoki Fuku fanno appello all’io più intimo dello spettatore nel mezzo della vita estenuante di oggi. Le opere dell’artista sono state esposte in gallerie, musei e luoghi alternativi in Giappone, Svizzera, Germania, Regno Unito, Francia, Austria, Ungheria, Spagna, Portogallo, Italia, Stati Uniti, Belgio, Brasile, Paesi Bassi e Russia.
www.naokifuku.com

Mathis Gasser
Nato a Zurigo nel 1984, vive e lavora a Londra. Mathis Gasser si è laureato all’Haute Ecole d’Art et de Design di Ginevra e al Royal College of Art di Londra. Pittore di formazione, ha ricevuto il Prix Strawinsky nel 2010 ed è stato selezionato per i Swiss Art Awards 2019.
Residente all’Istituto Svizzero di Roma nel 2017, dal 2007 il suo lavoro è stato esposto in mostre collettive e personali in Europa, Stati Uniti e Giappone. I dipinti realistici di Mathis Gasser raffigurano spesso paesaggi e motori della finzione speculativa.
www.mathisgasser.com

Séverine Heizmann
Nata a Ginevra nel 1994, dove attualmente vive e lavora, Séverine Heizmann lavora con la pittura e la musica. Si è laureata all’Haute Ecole d’Art et de Design di Ginevra nel 2018. È stata selezionata per il premio “Swiss Art Awards 2019”. La sua pratica esplora la tensione del desiderio danzando tra azioni performative musicali e pittura.

Maja Kitajewska
Nata a Varsavia nel 1986, dove attualmente vive e lavora. Maja Kitajewska si è diplomata all’Accademia di Belle Arti di Varsavia presso la Facoltà di Pittura nel 2011. Nello stesso anno ha partecipato alla mostra dei migliori diplomi dell’Accademia di Belle Arti, e ha vinto il premio artistico SIEMENS e il premio d’iniziativa “ENTRY”. Le sue opere, che mostrano una particolare tecnica di cucitura a mano di paillettes e perline di vetro su tela che lei stessa dipinge, sono state esposte in mostre collettive e personali in Polonia, Germania, Svizzera e Perù, e fanno parte di collezioni private e pubbliche in Polonia e Germania.
http://majakitajewska.blogspot.com/

Mikolaj Malek
Nato a Brwinow (Polonia) nel 1983, vive e lavora a Varsavia. Mikołaj Małek è pittore, disegnatore, autore di installazioni, scenografo. Ha studiato pittura all’Accademia di Belle Arti di Cracovia. Ha discusso la sua tesi di dottorato presso la sua alma mater nello studio del Prof. Grzegorz Sztwiertnia nel 2017. Dal 2018, insieme ad Anna Maria Karczmarska, lavora in un collettivo di scenografi. Ha partecipato a mostre personali e collettive in Polonia, Germania e Norvegia.
https://www.instagram.com/mikolajmalek/?hl=pl

Malgorzata Mirga-Tas
Nata a Zakopane (Polonia) nel 1978, vive e lavora a Czarna Góra (Polonia). Diplomata all’Accademia di Belle Arti di Cracovia; diplomata nello Studio di Scultura del Prof. Józef Sękowski (2004). Vincitrice della Borsa del Ministero della Cultura e del Patrimonio Nazionale (2018) e dell’International Visitor Leadership Program (USA, 2015). Nel suo lavoro fonde pittura, scultura su cartone e collage di tessuti. Premiata alla 42a Biennale di pittura di Bielska Jesień 2015 e finalista della 43a edizione del concorso (2017). Organizzatrice e curatrice del progetto “Romani Art” e dell’annuale Evento Internazionale di Roma Art a Czarna Góra Jaw Dikh! (Venite a vedere!). È coinvolta in progetti che riguardano la comunità rom, combattendo l’esclusione, la discriminazione razziale e la xenofobia. Il suo lavoro è stato recentemente presentato alla terza edizione della Biennale d’Arte Incontri a Timișoara, Romania.
https://www.romarchive.eu/malgorzata-mirga-tas/

Yoan Mudry
Nato a Losanna nel 1990, vive e lavora a Ginevra. Yoan Mudry è un artista multidisciplinare. Ha studiato alla HEAD di Ginevra dove si è laureato con il MFA nel 2014. Il suo lavoro si concentra sul tentativo di comprendere i meccanismi del flusso di immagini, narrazioni e informazioni che circondano il nostro mondo. È stato selezionato agli Swiss Art Awards di Basilea nel 2019 e premiato con un Cahier d’Artistes 2019. Ha vinto il Kiefer Hablitzel Preis, Basilea, nel 2016. Dal 2013 il suo lavoro è stato esposto in mostre collettive e personali in Svizzera e all’estero.
www.yoanmudry.com

Marta Ravasi
Nata a Merate (Lecco) nel 1987, vive e lavora a Locarno. Ha conseguito un BA in pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera e un MA in Fine Arts, University of the Arts London – Wimbledon College of Arts, Londra. I dipinti di Marta Ravasi sono stati esposti in mostre collettive in Italia, Svizzera e Regno Unito. Si impegna a dipingere come una sfida con se stessa, imponendo limiti auto-costituiti come una tavolozza di colori e soggetti quotidiani.
www.martaravasi.com

Luca Rossi Dossi
Nato a Lugano nel 1988, vive e lavora a Basilea. Si è laureato nel 2018 all’Haute Ecole d’Art et Design di Ginevra. Vincitore del Premio Jungkunst Winterthur nel 2018, dal 2016 partecipa a mostre collettive e personali in Svizzera e in tutta Europa. Pittore e performer con un background inusuale che include una laurea in Hindi, Luca Rossi Dossi si dedica alla ricerca sulla fusione tra pittura e scultura, creando oggetti intermedi e prediligendo l’uso di tele deformate.
https://www.instagram.com/luca_rossi_dossi/?hl=en

Partner dell’esposizione
Adam Mickiewicz Institute, Varsavia
Pro Helvetia, Swiss Arts Council
DECS – Fondo SwissLos, Repubblica e Canton Ticino
Migros Kulturprozent
Pro Litteris

Crediti per le opere
Naoki Fuku: courtesy of SinArts, L’Aia
Mathis Gasser: courtesy of WeissFalk Gallery, Basilea
Maja Kitajewska, Mikolaj Malek, Malgorzata Mirga-Tas’ works: courtesy of Galeria Szydlowski, Varsavia
Yoan Mudry: collezione privata, courtesy of Union Pacific, Londra; Nicolas Krupp, Basilea

CURATRICE

Elisa Rusca
Nata a Torino nel 1986, vive e lavora tra Berlino e Londra. Dottoranda in Culture Visive presso la Goldsmiths, Università di Londra, Elisa Rusca è storica dell’arte. Dal 2014 ha curato mostre in Svizzera, Germania, Italia, Polonia, Slovacchia, Brasile e ha tenuto conferenze in Europa, Brasile, Corea del Sud e Taiwan. Assistente curatrice nelle collezioni del Musée de l’Elysée, Losanna (2007-2012); curatrice residente presso il Node Centre Berlin (2013), co-direttrice del DISKURS Berlin (2015-17), scrive per Kunstbulletin e georgemag. Ha curato il libro OBLIO (Broken Dimanche Press, 2014), co-edito con Nathalie Herschdorfer il Nuovo Dizionario della Fotografia (Thames&Hudson, 2015) e pubblicato Left Alive, una piccola raccolta di racconti, con VersoL’Arte, Roma, nel 2017.
www.elisarusca.com

– § –

Nine artists, four different countries, one medium: painting. The Kids Aren’t Alright is a millennial exhibition, although for “millennial” is intended not only the year of birth, but a shared feeling of instability, grief for our dead futures, and repressed anger that finds comfort in altered states of mind.
It was 1998 when the Californian punk rock band The Offspring released their song “The Kids Aren’t Alright”, which lyrics go like this: “When we were young the future was so bright” and then “Chances thrown / Nothing’s free / Longing for what used to be / Still it’s hard / Hard to see / Fragile lives, shattered dreams”.
How to better describe the so-called “millennial” generation? Those who, born from the 1980s until the end of the 1990s, are now young adults: a generation that is facing unprecedented global economic and climate crisis, struggling with rising mental health issues and social exhaustion due to the final twirl of capitalism. “It is easier to imagine the end of the world than the end of capitalism”, wrote philosopher Slavoj Zizek, and in fact the last 30 years have been a progressive, spiral loop erasing future’s hopes and dreams. The end of the iron curtain and the spread of neo-liberal market in central-eastern countries didn’t show a different generational scenario in non-Western narratives: the current consequences appears to be the same. We aren’t alright. We were promised everything, we grew delusional and yet we are accused to be greedy when fighting for our survival, while it has been years that we are screaming that something is going really wrong here. But nobody listened – let the kids play, they’ll eventually stop.
The exhibition The Kids Aren’t Alright collects works from nine new positions in painting, screaming that we aren’t alright, that we need a cure, but we are too tired to look for it.

la rada
via della Morettina 2, Locarno (Switzerland)
THU – SAT, 2pm – 7pm
and by appointment (riccardo.lisi@larada.ch)

ARTISTS

Naoki Fuku
Born in Tokyo in 1978, lives and works in Basel. Working across media, he studies social, political, cultural and human conditions in both systematic as well as poetic ways, inviting the viewers to move into a space of speculation. The works of Naoki Fuku appeal to the viewers’ most intimate self in the middle of today’s exhausting life. The artist’s work has been exhibited at galleries, museums and alternative venues in Japan, Switzerland, Germany, the UK, France, Austria, Hungary, Spain, Portugal, Italy, USA, Belgium, Brazil, the Netherlands and Russia.
www.naokifuku.com

Mathis Gasser
Born in Zurich in 1984, lives and works in London. Mathis Gasser graduated from Haute Ecole d’Art et de Design, Geneva and the Royal College of Art, London. Trained painter, he received the Prix Strawinsky in 2010, and was shortlisted in the Swiss Art Awards 2019.
Resident at the Swiss Institute, Rome in 2017, since 2007 his work has been shown in group and solo shows in Europe, the United States and Japan. Mathis Gasser’s realistic paintings often depict landscapes and engines from speculative fiction.
www.mathisgasser.com

Séverine Heizmann
Born in Geneva in 1994 where she currently lives and works, Séverine Heizmann works with painting and music. She graduated at the Haute Ecole d’Art et de Design, Geneva, in 2018. She was shortlisted in the Swiss Art Awards 2019. Her practice explore the tension of desire, dancing between musical performative actions and painting.

Maja Kitajewska
Born in Warsaw in 1986, where she currently lives and works. Maja Kitajewska graduated the Academy of Fine Arts in Warsaw from the Faculty of Painting in 2011. The same year she participated in the exhibition of the Best Diplomas of the Academy of Fine Arts, and she became a laureate of the SIEMENS artistic award and the “ENTRY” initiative prize. Her works, showing a peculiar technique of hand-sewing sequins and glass beads on canvas that she also paints, has been shown in group and solo exhibition in Poland, Germany, Switzerland and Peru, and it’s part of private and public collection in Poland and Germany.
http://majakitajewska.blogspot.com/

Mikolaj Malek
Born in Brwinow (Poland) in 1983, lives and works in Warsaw. Mikołaj Małek is painter, draughtsman, installation artist, set designer. He studied painting at the Academy of Fine Arts in Krakow. He defended his doctoral dissertation at his alma mater in the studio of Prof. Grzegorz Sztwiertnia in 2017. Since 2018, together with Anna Maria Karczmarska, he has been working in a stage design collective. He participated in solo and group exhibitions in Poland, Germany and Norway.
https://www.instagram.com/mikolajmalek/?hl=pl

Malgorzata Mirga-Tas
Born in Zakopane (Poland) in 1978, lives and works in Czarna Góra (Poland). Graduate of the Academy of Fine Arts in Krakow; diploma in the Sculpture Studio of Prof. Józef Sękowski (2004). Scholarship holder of the Ministry of Culture and National Heritage (2018) and the International Visitor Leadership Program (USA, 2015). In her practice she merges painting, sculpture on cardboard and fabric collages. Awarded at the 42nd Biennial of Painting, Bielska Jesień 2015, and finalist of the 43rd edition of the competition (2017). Organizer and curator of the “Romani Art” project and the annual International Event of Roma Art in Czarna Góra Jaw Dikh! (Come and see!). She is involved in projects concerning the Roma community, counteracting exclusion, racial discrimination and xenophobia. Her work was recently featured in the third edition of the Art Encounters Biennial in Timișoara, Romania.
https://www.romarchive.eu/malgorzata-mirga-tas/

Yoan Mudry
Born in Lausanne in 1990, lives and works in Geneva. Yoan Mudry is a multi-disciplinary artist. He studied at HEAD in Geneva where he graduated with a MFA in 2014. His work focuses on an attempt to understand the mechanisms of the flux of images, narrations and information that are surrounding our world. He was shortlisted in the Swiss Art Awards, Basel in 2019, and awarded with a Cahier d’Artistes 2019. He won the Kiefer Hablitzel Prize, Basel, in 2016. Since 2013 his work has been shown in group and solo exhibition in Switzerland and abroad.
www.yoanmudry.com

Marta Ravasi
Born in Merate (Italy) in 1987, lives and works in Locarno. She owns a BA in painting from Accademia di Belle Arti di Brera (Milan), and a MA in Fine Arts, University of the Arts London – Wimbledon College of Arts, London. Marta Ravasi’s paintings were shown in group exhibition in Italy, Switzerland, and the UK. She engages with painting as a challenge with herself, imposing self-established limitations such as a restraint palette of colours and everyday subjects.
www.martaravasi.com

Luca Rossi Dossi
Born in Lugano in 1988, lives and works in Basel. He graduated in 2018 from Haute Ecole d’Art et Design, Geneva. Winner of the Prize Jungkunst Winterthur in 2018, since 2016 he has been participating in group and solo show in Switzerland and around Europe. Painter and performer with an unusual background that includes a degree in Hindi, Luca Rossi Dossi researches on merging paintings and sculpture, and create in-between objects while predilecting the use of misshaped canvases.
https://www.instagram.com/luca_rossi_dossi/?hl=en

Exhibition’s partners
Adam Mickiewicz Institute, Warsaw
Pro Helvetia, Swiss Arts Council
DECS – Fondo Swiss Los, Repubblica e Canton Ticino
Migros Kulturprozent
Pro Litteris

Credits
Naoki Fuku’s works: courtesy of SinArts, Den Haag
Mathis Gasser’s works: courtesy of Weiss Falk Gallery, Basel
Maja Kitajewska, Mikolaj Malek, Malgorzata Mirga-Tas’ works: courtesy of Galeria Szydlowski, Warsaw
Yoan Mudry’s works: private collection, courtesy of Union Pacific, London; Nicolas Krupp, Basel

CURATOR

Elisa Rusca
Born in Turin in 1986, lives and works between Berlin and London. Ph.D. candidate in Visual Cultures at Goldsmiths, University of London, Elisa Rusca is art historian. Since 2014 she curated exhibitions in Switzerland, Germany, Italy, Poland, Slovakia, Brazil, and lectured in Europe, Brazil, South Korea and Taiwan. Assistant curator in the Collections of the Musée de l’Elysée, Lausanne (2007-2012); resident curator at Node Centre Berlin (2013), co-director of DISKURS Berlin (2015-17), she writes for Kunstbulletin and georgemag. She edited the book OBLIO (Broken Dimanche Press, 2014), co-edited with Nathalie Herschdorfer the New Dictonary of Photography (Thames&Hudson, 2015) and published Left Alive, a small collection of short stories, with VersoL’Arte, Roma, in 2017.
www.elisarusca.com

Davide Cascio

curator: Elio Schenini

(scroll down for the English text)

A 13 anni dalla mostra per il Premio Manor Ticino, Davide Cascio torna a presentare al pubblico ticinese il proprio lavoro in una mostra monografica che ripercorre vent’anni della sua produzione, focalizzandosi su uno dei linguaggi che l’artista pratica da sempre con grande assiduità: il collage.
La mostra – ospitata negli spazi de la rada, a Locarno, e curata da Elio Schenini – si propone di documentare, attraverso un centinaio di opere, la centralità della pratica del collage per la riflessione artistica di Davide Cascio (1976), una delle figure di primo piano della scena artistica ticinese degli ultimi decenni. Il collage è infatti da sempre la tecnica prediletta dall’artista, quella con cui dà vita alle proprie invenzioni visive e grazie alla quale nascono e prendono corpo i temi che poi vengono tradotti in cicli più ampi o in grandi installazioni ambientali, nelle quali i singoli collage sono spesso integrati.
Fin dai suoi esordi, nei primi anni duemila, il lavoro di Davide Cascio si presenta come il frutto di una ricerca complessa, ricca di rimandi e riferimenti, in cui si intrecciano motivi tratti non solo dal mondo delle arti visive, ma anche da quelli dell’architettura, del design, della letteratura, della filosofia, del cinema e della cultura popolare di massa.
Il suo modo di operare si caratterizza per un procedimento associativo che gli permette di ricomporre e rielaborare elementi provenienti da contesti storici e culturali molto diversi tra loro all’interno di complesse costruzioni spaziali che possono apparire allo spettatore come dei modelli o dei prototipi di futuribili strutture architettoniche. I lavori ambientali di Cascio si presentano infatti spesso come concretizzazioni di strutture possibili, ipotesi di «architetture mentali» che lo spettatore è invitato a esplorare e decifrare, per ricostruire percorsi di pensiero che seguano traiettorie inconsuete lungo il filo delle esperienze che hanno segnato la modernità e le sue aspirazioni utopiche.
Se le “architetture mentali” di Davide Cascio si traducono spesso in ampie installazioni spaziali, la loro origine è però legata in primo luogo all’esercizio costante di una tecnica non a caso strettamente legata alla nascita del modernismo qual è appunto il collage. L’accostamento e la sovrapposizione di immagini fotografiche e parole provenienti da riviste di moda, di costume o di architettura degli anni Sessanta e Settanta, serve all’artista per delineare paesaggi utopico-futuristici dominati da un’atmosfera a metà tra Pop art e Costruttivismo. Nelle opere di Cascio, il recupero e la riattualizzazione del pensiero modernista, di cui cerca di riprendere la lezione individuandone però allo stesso tempo i limiti, si concretizza nel tentativo di indagare la dicotomia tra l’immaginario della cultura di massa e le forme primarie e assolute dell’astrazione geometrica.
La riflessione sui temi architettonici, così frequente nei lavori di Davide Cascio ha, del resto, un importante punto di riferimento nelle esperienze dell’Architettura radicale degli anni Sessanta e Settanta del Novecento. Esperienze che offrono all’artista non solo una fenomenologia linguistica (anche in questo caso largamente fondata sul collage) cui fare riferimento, ma soprattutto un quadro teorico nel quale iscrivere la propria concezione della prassi artistica come luogo dove sperimentare l’azione del pensiero utopico.
Negli ultimi anni, l’applicazione dei meccanismi linguistici del collage si è andata espandendo dalla bidimensionalità del supporto cartaceo a quella tridimensionale dello spazio fisico. Hanno così avuto origine una serie di sculture e interventi architettonici realizzati con materiali retrò come laminati plastici e moquette che traspongono il principio del collage in un contesto spaziale. Nella mostra questo aspetto è rappresentato da un intervento murale realizzato espressamente per l’occasione.

Davide Cascio
Nato nel 1976 a Lugaggia (Capriasca), tra il 1992 e il 1996 frequenta il Centro scolastico industrie artistiche (CSIA) di Lugano per poi iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Roma, dove si diploma nel 2000. Tra il 2000 e il 2001 risiede al Cairo, approfondendo la conoscenza dell’arte islamica. Dal 2004 al 2006 torna a soggiornare nella capitale italiana come membro dell’Istituto Svizzero di Roma. Nel 2005 ottiene il Premio della Fondazione Vordemberge-Gildewart, mentre due anni dopo, in occasione dell’assegnazione del Premio culturale Manor Ticino, il Museo Cantonale d’Arte ospita una sua personale. Nel 2007 e nel 2008 figura tra gli artisti premiati agli Swiss Art Awards, esponendo le sue opere alla Kunsthalle di Basilea (2008) e al Kunsthaus Glarus (2009). Dopo un soggiorno a Zugo nell’ambito di una residenza promossa dalla fondazione Landis & Gyr, nel 2009 viene ammesso al Pavillon del Palais de Tokyo a Parigi per una residenza internazionale. Da allora risiede stabilmente in Francia, dove partecipa ad altre residenze d’artista: nel 2011 a Marsiglia (Astérides), nel 2012 a Bourges (La Box, École nationale supérieure d’art) e nel 2014 a Parigi (Fondation d’entreprise galleries Lafayette). Nel 2011 il Kunstmuseum Thun gli ha dedicato un’importante esposizione in coppia con Peter Stämpfli. Dal 2015 al 2019 è stato dottorando SACRe ENS/PSL (borsa ENSBA) a Parigi.

Mostra realizzata con il contributo di: Banca Stato ed Ernst und Olga Gubler-Hablützel Stiftung.

Inaugurazione: sabato 18 gennaio 2020, ore 18.00
La mostra rimarrà aperta fino al 15 febbraio 2020
Orari d’apertura:giovedì-sabato 14.00-19.00 oppure su appuntamento

Contatto: riccardo.lisi@larada.ch +41 76 4391866 +39 320 4866373

Ingresso libero

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Thirteen years after the exhibition for the Manor Art Prize, Davide Cascio returns to present his work to the Ticino public in a monographic exhibition that covers twenty years of his production, focusing on one of the languages that the artist has always practiced with great assiduousness: collage.
The exhibition – hosted in the spaces of la rada, in Locarno, and curated by Elio Schenini – aims to document, through about one hundred works, the centrality of the practice of collage for the artistic reflection of Davide Cascio (1976), one of the leading figures on the Ticino art scene in recent decades. Collage has in fact always been the artist’s favourite technique, the one with which he gives life to his visual inventions and thanks to which the themes then translated into larger cycles or large environmental installations, that often integrates single collages, are born and take shape.
Since its beginnings, in the early 2000s, Davide Cascio’s work has been the result of a complex research, rich in references, in which motifs drawn, not only from the world of visual arts, but also from the world of architecture, design, literature, philosophy, cinema and mass popular culture, are interwoven.
His way of working is characterized by an associative process that allows him to recompose and rework elements from very different historical and cultural contexts within complex spatial constructions that may appear to the viewer as models or prototypes of futuristic architectural structures. In fact, Cascio’s environmental works often present themselves as concretizations of possible structures, hypotheses of “mental architectures” that the spectator is invited to explore and decipher, in order to reconstruct paths of thought that follow unusual trajectories along the thread of experiences that have marked modernity and its utopian aspirations.
While Davide Cascio’s “mental architectures” are often translated into large spatial installations, their origin is first and foremost linked to the constant exercise of a technique that is not by chance closely linked to the birth of modernism such as collage. The juxtaposition and superimposition of photographic images and words from fashion, costume or architecture magazines of the Sixties and Seventies serves the artist to delineate utopian-futuristic landscapes dominated by an atmosphere somewhere between Pop art and Constructivism. In Cascio’s works, the recovery and re-actualization of modernist thought, of which he tries to resume the lesson, but at the same time identifying its limits, takes concrete form in an attempt to investigate the dichotomy between the imagery of mass culture and the primary and absolute forms of geometric abstraction.
The reflection on architectural themes, so frequent in Davide Cascio’s works, has, moreover, an important point of reference in the experiences of radical architecture of the 1960s and 1970s. Experiences that offer the artist not only a linguistic phenomenology (also in this case largely based on collage) to refer to, but above all a theoretical framework in which to inscribe his conception of artistic praxis as a place to experience the action of utopian thought.
In recent years, the application of the linguistic mechanisms of collage has expanded from the two-dimensionality of paper to the three-dimensionality of physical space. This has given rise to a series of sculptures and architectural interventions made with retro materials such as plastic laminates and carpets that transpose the principle of collage into a spatial context. In the exhibition this aspect is represented by a wall intervention expressly made for this occasion.

Davide Cascio
Born in 1976 in Lugaggia (TI), between 1992 and 1996 he attended the Centro scolastico industrie artistiche (CSIA) in Lugano and then the Accademia di Belle Arti in Rome, where he graduated in 2000. Between 2000 and 2001 he lived in Cairo, deepening his knowledge of Islamic art. From 2004 to 2006 he returned to the Italian capital as a member of the Swiss Institute of Rome. In 2005 he was awarded the Vordemberge-Gildewart Foundation Prize, while two years later, on the occasion of the awarding of the Manor Ticino Art Prize, the Museo Cantonale d’Arte hosted a solo exhibition of his work. In 2007 and 2008 he was among the artists awarded at the Swiss Art Awards, exhibiting his works at the Kunsthalle Basel (2008) and the Kunsthaus Glarus (2009). After a stay in Zug as part of a residency sponsored by the Landis & Gyr Foundation, in 2009 he was admitted to the Pavillon of the Palais de Tokyo in Paris for an international residency. Since then he has been living in France, where he has participated in other artist residencies: in 2011 in Marseille (Astérides), in 2012 in Bourges (La Box, École nationale supérieure d’art) and in 2014 in Paris (Fondation d’entreprise galleries Lafayette). In 2011 the Kunstmuseum Thun dedicated an important two-person exhibition to him with Peter Stämpfli. From 2015 to 2019 he was a doctoral student at SACRe ENS/PSL (ENSBA grant) in Paris.

Exhibition realized with the contribution of: Banca Stato and Ernst und Olga Gubler-Hablützel Stiftung.

Opening: Saturday January 18, 2020, h 6 pm

The exhibition will remain open until February 15, 2020
Opening hours: Thursday-Saturday 2-7 pm or by appointment

Contact: riccardo.lisi@larada.ch +41 76 4391866 +39 320 4866373

Free entry